Fondato nel 1606 dai Naselli di Comiso, a 15 km da Agrigento: un palazzo barocco con affreschi del Borremans, un frammento della Sacra Sindone, il vulcanesimo di fango noto a Platone e a Guy de Maupassant.
Ci sono luoghi che esistono su due livelli simultaneamente. Aragona è uno di questi. In superficie è un borgo di circa 19.000 abitanti nella Valle del Platani, a quindici chilometri da Agrigento, con il suo centro storico settecentesco, le sue chiese barocche, la sua piazza principale e il palazzo dei Naselli che la sovrasta da secoli. Poi c’è il secondo livello: qualche chilometro fuori dall’abitato, in una distesa argillosa grigia che sembra uscita da un altro pianeta, centinaia di piccoli crateri eruttano continuamente fango freddo misto a gas metano e acqua salmastra. Sono le Maccalube, uno dei fenomeni geologici più rari e più affascinanti del Mediterraneo, noti ai Greci e ai Romani, descritti da Platone e da Plinio il Vecchio, definiti da Guy de Maupassant nel 1885 con la formula che rimane la più precisa di tutte: pustole di una terribile malattia della natura.
Aragona è la somma di questi due livelli. Il barocco del Seicento sopra, il vulcanesimo del Messiniano sotto. L’aristocrazia dei Naselli sopra, la terra che ribollisce sotto. Un contrasto che non sembra cercato ma che è lì, strutturale, parte del paesaggio e dell’identità del posto.
La fondazione: Baldassare Naselli e il nome della madre
La storia del borgo di Aragona comincia il 6 gennaio 1606, con la licentia populandi ottenuta da Baldassare III Naselli, conte di Comiso, che decise di fondare un nuovo insediamento sulle pendici orientali del Monte Belvedere, nella Valle del Platani. La licentia populandi era la procedura standard nella Sicilia spagnola per la fondazione di nuovi centri abitati: un nobile otteneva dal re il permesso di costituire un borgo, ne tracciava l’impianto urbanistico, vi trasferiva famiglie di coloni attraendole con privilegi fiscali e con la promessa di terra da coltivare.
Il nome Aragona non rimanda alla corona d’Aragona né alla regione spagnola, anche se la confusione è frequente. Rimanda alla madre di Baldassare Naselli, che si chiamava Aragona. È uno di quei casi in cui la toponomastica porta scritto un affetto familiare invece di un riferimento politico o geografico: un figlio che dà alla città fondata il nome della propria madre. I Naselli governarono Aragona dall’anno della fondazione fino al 1812, quando con l’abolizione del feudalesimo le famiglie nobiliari persero il controllo giuridico sui propri territori. In poco più di due secoli trasformarono il borgo in un principato e vi costruirono il palazzo che ancora domina la piazza principale.
L’impianto urbanistico del centro storico di Aragona è quello tipico dei borghi di fondazione settecentesca siciliana: strade che si incrociano ad angolo retto, un reticolo di vicoli e cortili che si organizzano attorno alla piazza centrale, una geometria razionale che riflette il progetto deliberato di chi ha costruito la città invece della crescita organica di chi ci si è insediato nel tempo. Passeggiare nel centro storico significa leggere questa geometria, riconoscere l’intenzione originaria sotto la patina dei secoli.
Palazzo Naselli e gli affreschi del Borremans
Il cuore monumentale di Aragona è Palazzo Naselli, che si affaccia su Piazza Umberto I con la sua imponente mole ingentilita da logge e balconi in pietra. Costruito nel XVII secolo come residenza signorile della famiglia, il palazzo è l’espressione architettonica più diretta del potere e del gusto dei Naselli: un edificio che comunica autorità e raffinatezza insieme, costruito per essere visto e riconosciuto come sede del potere locale.
L’elemento di maggiore valore artistico del palazzo sono gli affreschi interni realizzati da Willem Borremans, pittore fiammingo attivo in Sicilia nella prima metà del Settecento, uno dei più importanti decoratori barocchi dell’isola. Borremans, nato ad Anversa intorno al 1670, lavorò per decenni nelle chiese e nei palazzi della Sicilia, lasciando un catalogo di opere distribuito tra Palermo, Agrigento e le province che lo colloca tra i protagonisti indiscussi della decorazione pittorica siciliana del Settecento. Gli affreschi di Palazzo Naselli ad Aragona sono tra le sue prove meno note ma non per questo meno significative, in attesa di essere valorizzate nel quadro più ampio della sua produzione siciliana.
La Chiesa del Santissimo Rosario e il frammento della Sindone
Accanto a Palazzo Naselli, sulla stessa piazza, sorge la Chiesa del Santissimo Rosario, che è il luogo di culto principale di Aragona e uno dei suoi monumenti più visitati. La facciata barocca si apre su una scalinata ampia che invita alla visita, e l’interno conserva opere d’arte di pregio distribuite nelle cappelle laterali. Ma l’elemento che rende questa chiesa unica nel panorama delle chiese siciliane è quello che si trova nella cripta: il Tesoro della chiesa e, soprattutto, un’urna argentea che custodisce quello che la tradizione indica come un frammento della Sacra Sindone.
Il frammento fu donato dai principi Naselli, che lo avevano ricevuto come privilegio dalla casa Savoia in ragione dei loro rapporti con la corte piemontese. La Sindone di Torino è stata custodita dai Savoia dal 1453, e la distribuzione di frammenti o di reliquie legate alla Sindone era un atto di devozione e di distinzione aristocratica che i Savoia praticarono in alcuni casi selezionati. La presenza di questo frammento ad Aragona è testimonianza del livello dei rapporti tra i Naselli e le case regnanti del tempo, e costituisce uno dei rari casi in Sicilia di un legame materiale con la reliquia torinese più famosa del mondo cristiano.
Le Maccalube: il vulcanesimo di fango che Platone conosceva
A pochi chilometri a sud-est del centro abitato, lungo una strada bianca che attraversa campi e masserie, si apre un paesaggio che non assomiglia a niente di quello che la Sicilia normalmente offre. Una distesa grigia di argilla compatta, percorsa da una ragnatela di spaccature, punteggiata da centinaia di piccoli crateri da cui fuoriesce lentamente fango freddo misto a gas metano e acqua salmastra. I crateri gorgogliano, ribollono, si gonfiano e si sgonfiano con un ritmo lento e inesorabile che non ha niente di spettacolare nell’immediato ma che, guardato per qualche minuto, produce una sensazione precisa: quella di stare su un pianeta diverso, o su questo pianeta in un tempo molto lontano.
Le Maccalube sono un fenomeno di vulcanesimo sedimentario, completamente diverso dal vulcanesimo magmatico dell’Etna o dello Stromboli. Non c’è magma, non c’è calore: c’è gas metano che sale dalle profondità attraverso sedimenti argillosi saturi d’acqua, e la pressione del gas spinge il fango verso la superficie, creando quei piccoli crateri che i locali chiamano vulcanelli. Il termine Maccalube deriva dall’arabo maqlub, capovolgimento del terreno, che descrive con precisione il fenomeno: la terra che si ribalta, che porta in superficie quello che stava sotto.
Questo fenomeno è straordinariamente antico nella sua documentazione letteraria. Platone ne parla nel Fedone. Aristotele lo cita. Diodoro Siculo lo descrive. Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia racconta di uno zampillo oleoso che esce dalla terra nel territorio di Agrigento. Il geografo latino Solino, nel III secolo dopo Cristo, scrive che quella parte della Sicilia manda fuori terra vomitando eternamente. Questi sono testi scientifici per i parametri dell’epoca, e tutti convergono sulla stessa anomalia geologica che ancora oggi, duemila anni dopo, si manifesta nello stesso posto con la stessa continuità.
Nell’era moderna, il filosofo e geologo francese Deodat de Dolomieu visitò le Maccalube nel Settecento e le studiò con interesse. Nel 1777 si verificò un’eruzione particolarmente violenta, documentata dallo studioso tedesco Fischer: con un fragore simile al tuono, l’apertura principale si allargò e gettò in alto fango e pezzi di creta, producendo piogge di sabbia che raggiunsero i paesi vicini. Guy de Maupassant, che visitò la Sicilia nel 1885, si fermò alle Maccalube e le descrisse come pustole di una terribile malattia della natura: la frase è crudele ma visivamente esatta, e ha la qualità di quelle descrizioni che rimangono indelebili nella memoria del lettore.
Il 27 settembre 2014, alle Maccalube di Aragona, un’eruzione improvvisa di fango alta oltre venti metri travolse un padre con i suoi due figli, Laura e Carmelo, di 7 e 9 anni, che si trovavano nella riserva per una gita. I tre persero la vita. Da quel giorno la Riserva Naturale delle Maccalube è interdetta al pubblico. La zona di preriserva esterna, da cui è possibile osservare il fenomeno a distanza di sicurezza, rimane accessibile.
Oggi la Riserva Naturale Orientata delle Maccalube di Aragona, istituita dalla Regione Siciliana, è chiusa al pubblico dall’interno da quel settembre 2014. La tragedia che ha portato alla chiusura è parte della storia di questo luogo, e sarebbe disonesto non raccontarla. Le Maccalube sono un fenomeno bello e pericoloso insieme: le eruzioni possono avvenire improvvisamente, senza preavviso, con una violenza sproporzionata rispetto all’apparente quiete dei piccoli crateri durante i periodi di normalità. La zona di preriserva esterna consente ancora di vedere il fenomeno a distanza, e il paesaggio lunare della distesa argillosa è già di per sé sufficiente a capire di cosa si stia parlando.
La Torre del Salto d’Angiò e il Parco Minerario
Il territorio di Aragona ha altri due punti di interesse che meritano una menzione. La Torre del Salto d’Angiò, che i locali chiamano semplicemente a turri, si trova a circa cinque chilometri dal paese: è una torre medievale di origine angioina, probabilmente costruita nel XIV secolo come punto di avvistamento e controllo del territorio nella Valle del Platani. La sua posizione sopraelevata permetteva di controllare visivamente un’ampia porzione di territorio e di segnalare movimenti di truppe o di merci lungo i percorsi vallivi. I ruderi che rimangono hanno ancora la loro presenza sul paesaggio.
Il Parco Minerario della miniera di Taccia Caci è un altro sito di interesse del territorio: la miniera fu attiva nel corso del Novecento per l’estrazione di zolfo, il minerale che ha caratterizzato l’economia di buona parte della Sicilia centro-meridionale per secoli. La dismissione delle miniere di zolfo siciliane, avvenuta progressivamente dalla seconda metà del Novecento, ha lasciato sul territorio un patrimonio industriale e ambientale che alcuni comuni stanno valorizzando come attrazione culturale. Aragona è tra questi.
La gastronomia: il tagànu e le m’briulate
La cucina di Aragona appartiene alla tradizione gastronomica dell’Agrigentino, con alcuni piatti identitari che meritano di essere conosciuti. Il tagànu è il piatto più rappresentativo, quello che accompagna le festività pasquali con una presenza che è quasi obbligatoria sulle tavole aragonesi. Il nome deriva dal termine arabo tajan, tegame: è un timballo di pasta, uova, carne tritata e pecorino fresco, cotto al forno nel tegame di coccio che gli dà il nome. È un piatto ricco, festivo, che richiede tempo e cura nella preparazione, e che ha quella qualità saporosa dei timballi siciliani in cui ogni ingrediente contribuisce a un risultato maggiore della somma delle parti.
Le m’briulate sono un altro prodotto tipico locale: fagottini di pasta al forno farciti con carne, cipolla e olive nere, chiusi e sigillati prima della cottura, che si portano al forno e si mangiano caldi. Il nome dialettale richiama il gesto dell’imbriulare, avvolgere, racchiudere: la pasta che avvolge il ripieno come un involucro protettivo. Sono un cibo di strada nel senso più antico del termine, quello che si preparava in casa e si portava fuori, nei campi o nelle feste di piazza, comodo da tenere in mano e da mangiare senza posate.
Il territorio di Aragona produce mandorle di qualità, olive da olio e da mensa, e formaggi pecorini che fanno parte della tradizione casearia della provincia agrigentina. Il mercato del lunedì è ancora il momento in cui i produttori locali portano in paese i loro prodotti, e chi arriva ad Aragona in quel giorno trova una varietà di prodotti freschi difficile da replicare fuori dal territorio.
| ✦ COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Aragona — Libero Consorzio Comunale di Agrigento. A 15 km da Agrigento sulla SS 189. 🚗 In auto da Agrigento: SS 189 in direzione Palermo, uscita per Aragona (circa 15 minuti). Da Palermo: autostrada A19 fino a Lercara poi SS 189 verso Agrigento. 🌋 Maccalube: Riserva Naturale delle Maccalube di Aragona, contrada Maccalube. L’accesso alla zona interna della riserva è interdetto al pubblico dal 2014 per ragioni di sicurezza. La zona esterna di preriserva consente l’osservazione del fenomeno a distanza. Prima di visitare verificare sempre lo stato di apertura sul sito del Comune di Aragona o della Legambiente. 🏛️ Palazzo Naselli: Piazza Umberto I. Apertura in occasione delle Vie dei Tesori e di eventi speciali. Contattare il Comune per visite guidate. ⛪ Chiesa del SS. Rosario: Piazza Umberto I. Aperta nei giorni di funzione liturgica. La cripta con il Tesoro e l’urna argentea della Sindone si visita su richiesta. 🏰 Torre del Salto d’Angiò (a turri): 5 km dal centro, visibile dall’esterno. Immersa nel paesaggio della Valle del Platani. 🧀 Mercato del lunedì: prodotti locali freschi, mandorle, olive, formaggi pecorini. 🍝 Piatti tipici: tagànu (timballo di pasta, uova, carne e pecorino, tipico di Pasqua); m’briulate (fagottini al forno con carne, cipolla e olive nere). 🗺️ Nei dintorni: Valle dei Templi di Agrigento (15 km), Museo Archeologico di Agrigento, Scala dei Turchi (30 km), Miniera di Sale di Realmonte (20 km). |
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
