A quindici chilometri da Palermo, nella Conca d’Oro: venti ville barocche settecentesche, i mostri di Palagonia, il neorealismo di Guttuso, il cinema di Tornatore e lo sfincione più buono della Sicilia
Ci sono città che si capiscono meglio guardando quello che hanno prodotto che guardando quello che sono diventate. Bagheria è una di queste. Oggi è la città più popolosa della provincia di Palermo dopo il capoluogo, con oltre 55.000 abitanti, un’urbanizzazione cresciuta in modo disordinato nel dopoguerra che ha inghiottito orti e agrumeti e costruito sopra in modo non sempre felice. Ma tra questa urbanizzazione, un po’ come relitti di un naufragio, restano in piedi le venti ville barocche che nel Settecento fecero di Bagheria il luogo più ambito dell’aristocrazia palermitana. E restano le persone che questo posto ha prodotto: Renato Guttuso, il pittore più importante del Novecento italiano. Giuseppe Tornatore, il regista di Nuovo Cinema Paradiso e di Baarìa. Dacia Maraini, la scrittrice che ha raccontato Bagheria con la precisione e la tenerezza di chi ci è cresciuta dentro. Ignazio Buttitta, il poeta dialettale. Una concentrazione di talento che non si spiega facilmente, e che dice qualcosa sulla qualità di questo territorio.
Bagheria sorge a circa 15 chilometri a est di Palermo, ai margini della Conca d’Oro, quella pianura fertilissima che per secoli ha nutrito il capoluogo siciliano e che gli arabi avevano trasformato in un giardino di agrumi irrigato da una rete di canali sotterranei. La città si affaccia sul Tirreno nel tratto meridionale del golfo di Palermo, con la costa che alterna spiagge sabbiose a litorale roccioso. Il nome deriva probabilmente dall’arabo baḥriyya, zona che discende verso il mare, anche se alcune fonti del Cinquecento propongono bāb al-jarīb, porta del vento, che descrive con altrettanta precisione la posizione tra mare e montagna.
Le origini: da castello baronale a città delle ville
La storia moderna di Bagheria comincia con un castello e con un principe. Nel 1658 Giuseppe Branciforti, principe di Butera, decise di costruire sulla collina che dominava la pianura costiera una residenza estiva per sfuggire al caldo di Palermo, e fece erigere quello che oggi si chiama Villa Branciforti-Butera, il primo nucleo attorno al quale avrebbe preso forma la città. Il principe di Butera non stava solo costruendo una casa: stava dando il segnale di partenza a una gara tra famiglie aristocratiche palermitane che nei settant’anni successivi avrebbe riempito la piana di Bagheria di ville, giardini, scalinate monumentali, fontane e statue.
La struttura urbanistica di Bagheria è il frutto di questo processo di costruzione aristocratica. Il principe di Butera tracciò i primi assi stradali, e le ville degli altri nobili si disposero lungo questi assi e intorno a essi, creando una mappa urbana in cui le residenze signorili erano i nodi organizzatori dello spazio. Il Corso Umberto I, tracciato per metà da Salvatore Branciforti nella seconda metà del Settecento, è ancora oggi il cuore della vita pubblica bagherese, e percorrendolo si incontrano i pilastri di calcarenite che erano l’ingresso secondario a Villa Palagonia, con le statue armate e la Giustizia con bilancia e spada: monumenti di pietra rimasti in piedi mentre la città cresceva loro intorno.
Bagheria divenne comune autonomo solo il 21 settembre 1826, con decreto di Francesco I di Borbone, staccandosi formalmente da Palermo dopo quasi due secoli di dipendenza amministrativa. Nel frattempo era diventata qualcosa di preciso: il luogo in cui l’aristocrazia palermitana si mostrava, si confrontava, si raccontava attraverso la pietra e il marmo. Un teatro a cielo aperto dell’opulenza e della creatività barocca siciliana.
Villa Palagonia: i mostri, Goethe e il principe bizzarro
Se Bagheria ha un simbolo riconoscibile nel mondo, è Villa Palagonia. Costruita a partire dal 1715 su progetto dell’architetto Tommaso Maria Napoli per volere del principe Francesco Ferdinando Gravina di Palagonia, la villa è diventata famosa in tutta Europa per una decorazione che non ha precedenti né seguiti nella storia dell’architettura: le centinaia di statue grottesche che popolano il muro di cinta e i terrazzi, figure mostruose e bizzarre che raffigurano nani, giganti, creature mitologiche, esseri con corpi ibridi tra uomo e animale, cavalieri con facce di cavallo, donne con teste di asino, strumenti musicali con gambe umane.
L’effetto è quello di un bestiario piedificato, una parata di stranezze che nel Settecento doveva sembrare ancora più sorprendente di quanto sembri oggi, perché non c’era contesto culturale in cui inquadrarla. Johann Wolfgang von Goethe la visitò nel 1787 durante il suo viaggio in Italia, ne rimase profondamente turbato, e scrisse nel suo Viaggio in Italia che quella villa era l’espressione di una fantasia disordinata e malata. Anche Patrick Brydone, il viaggiatore scozzese che percorse la Sicilia qualche anno prima, lasciò resoconti stupefatti. La fama dei mostri di Palagonia si diffuse in tutta Europa grazie ai racconti dei viaggiatori del Grand Tour.
Le interpretazioni della decorazione di Villa Palagonia sono numerose e nessuna definitivamente accettata. Alcuni storici dell’arte vedono nella sfilata di mostri una satira dell’aristocrazia palermitana dell’epoca, con ogni figura che rappresenterebbe un nobile reale ridicolizzato nella sua vanità. Altri propongono una lettura esoterica e alchemica, con la villa come grande testo simbolico della filosofia ermetica settecentesca. Altri ancora parlano semplicemente di eccentricità personale di un principe con troppi soldi e troppa fantasia. L’ambiguità è parte del fascino: Villa Palagonia è un luogo che non si spiega e che per questo continua a interrogare chi lo visita.
| Goethe visitò Villa Palagonia nel 1787 e scrisse nel suo Viaggio in Italia parole di turbamento e fascinazione insieme. Definì la decorazione un’espressione di fantasia malata. Duecento anni dopo, quella stessa decorazione attira ogni anno decine di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Il confine tra follia e genio, a Bagheria, è sempre stato sottile. |
Le altre ville: un patrimonio barocco senza pari
Villa Palagonia è la più famosa, ma non è la più bella né la più importante sul piano architettonico. Villa Valguarnera, costruita dai principi Valguarnera all’inizio del Settecento su progetto dello stesso Tommaso Maria Napoli, è considerata dagli storici dell’architettura la più raffinata del gruppo: una facciata con doppia scalinata a tenaglia, una loggia centrale, un salone degli specchi decorato con affreschi che raffigurano i re e i nobili che la frequentarono, tra cui Luigi XVI di Francia e Ferdinando di Borbone. Dalla terrazza di Villa Valguarnera si vede il golfo di Palermo e il Monte Catalfano, la stessa vista che doveva ammirare Maria Carolina d’Austria, regina di Napoli e di Sicilia, che qui soggiorni con la famiglia reale in fuga da Napoli durante la rivoluzione del 1799.
Villa Cattolica, costruita dal principe Francesco Bonanno nel 1736, ospita oggi la Civica Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bagheria, con il nucleo principale dedicato alle opere di Renato Guttuso. Nel cortile della villa, di fronte al mare, si trova la tomba dell’artista, una monumentale scultura funebre realizzata dallo scultore Giacomo Manzù che raffigura Guttuso disteso con accanto la figura della donna amata. È uno dei luoghi più intensi di tutta Bagheria: il pittore sepolto nella villa della sua città, con il Tirreno come orizzonte.
Villa Butera, la prima in ordine di costruzione, ospita la Certosa, un edificio annesso di straordinaria bizzarria: un ambiente decorato con statue di cera a grandezza naturale che rappresentano scene di vita monastica, con un realismo che le fonti descrivono come inquietante. Nella Certosa trova oggi sede il Museo del Giocattolo Pietro Piraino, con una collezione di giocattoli e figure di cera che ha una sua coerenza tematica con l’ambiente. Le altre ville, da Villa Villaroisa a Villa Larderia, da Villa Cutò a Villa Sant’Isidoro, sono in vari stati di conservazione: alcune restaurate e aperte al pubblico in occasioni speciali, altre chiuse e in attesa di interventi, molte con giardini ridotti o scomparsi rispetto all’impianto originale. Il paesaggio urbano di Bagheria è segnato da questa coesistenza di magnificenza e abbandono, e ha qualcosa di malinconico e di affascinante insieme.
Renato Guttuso: il pittore che portò la Sicilia nel mondo
Renato Guttuso nacque a Bagheria nel 1911 e morì a Roma nel 1987. Tra questi due punti c’è una delle carriere artistiche più importanti del Novecento italiano: pittore neorealista di formazione, allievo indiretto del realismo sociale europeo degli anni Trenta, fu il primo artista italiano a portare nell’arte le forme della lotta politica e della vita popolare con una forza espressiva che nessun contemporaneo riuscì a eguagliare. Il suo Massacro (1942), ispirato alla fucilazione dei partigiani, e la Crocifissione (1941) con la figura di Cristo come metafora del dolore umano, sono tra le opere più potenti della pittura italiana del Novecento.
Bagheria è ovunque nella pittura di Guttuso: i mercati della frutta, i venditori di strada, i contadini al lavoro, le donne in cucina, il paesaggio della Conca d’Oro, i mandorli in fiore, il mare del Tirreno. Non è pittura nostalgica né pittoresca: è un modo di guardare il mondo con gli occhi di chi conosce quel mondo dall’interno, di chi sa cosa significa il peso dei sacchi al mercato del Capo e l’odore del pesce fresco alla Vucciria. La Vucciria (1974), forse il suo quadro più famoso, è un mercato palermitano visto dall’alto, un tripudio di colori e di corpi e di cibo che è al tempo stesso un documento e un inno. È al Palazzo Abatellis di Palermo, ma appartiene a tutta la Sicilia.
Il Museo Guttuso a Villa Cattolica conserva una vasta collezione di opere che coprono tutta la traiettoria artistica del pittore, dai lavori giovanili degli anni Trenta alle grandi tele degli anni Settanta e Ottanta. È il luogo giusto per capire cosa ha prodotto Bagheria, e perché quella produzione vale qualsiasi viaggio.
Giuseppe Tornatore e Baarìa: il cinema che racconta la città
Se Guttuso ha tradotto Bagheria in pittura, Giuseppe Tornatore l’ha tradotta in cinema. Tornatore nacque a Bagheria nel 1956, crebbe in quelle strade, visse quella vita di quartiere che nei film siciliani ha sempre una sua qualità specifica, fatta di voci e odori e movimenti di cortile che si sentono attraverso le finestre aperte. Il suo film più personale, Baarìa, uscito nel 2009, è esattamente questo: un affresco della città dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Settanta, raccontato attraverso tre generazioni di una famiglia bagherese, con Baarìa come nome dialettale di Bagheria.
Il film, con la musica di Ennio Morricone e con un cast che includeva Francesco Scianna, Margareth Madè e molti attori locali, fu girato in parte a Bagheria e in parte in Tunisia per ricostruire le strade del dopoguerra che non esistevano più. Nonostante alcune polemiche (anche per alcune scene con animali), Baarìa racconta qualcosa che pochi film riescono a catturare: il ritmo specifico di una città siciliana di provincia nel secondo dopoguerra, le passioni politiche, i cortili, le processioni, la miseria e la dignità insieme. Non è Nuovo Cinema Paradiso, che Tornatore girò nel 1988 ambientandolo nella Sicilia generica e archetipica, ma è forse il film in cui Tornatore si avvicina di più a qualcosa di autobiografico.
Lo sfincione: il prodotto gastronomico identitario
Bagheria ha anche un’identità gastronomica precisa, e quella identità ha un nome: lo sfincione. Non lo sfincione in generale, che è un prodotto di tutta la Sicilia occidentale, ma lo sfincione di Bagheria in particolare, che si distingue da quello palermitano per alcuni dettagli precisi e per una storia propria. Lo sfincione bagherese è più spesso e più soffice di quello palermitano, con una pasta che lievita più a lungo e che risulta più alta e più alveolata. Il condimento è di cipolle, acciughe, caciocavallo e una salsa di pomodoro che viene distribuita in modo più parsimoniosa rispetto alla versione palermitana, permettendo alla pasta di rimanere protagonista.
La Sagra dello Sfincione di Bagheria, che si tiene ogni anno in estate, è diventata uno degli eventi gastronomici più seguiti della provincia palermitana: forni e produttori si sfidano nella migliore versione del prodotto, i visitatori girano tra i banchi assaggiando e confrontando, e la città si riempie di quel profumo di cipolla caramellata e formaggio gratinato che è immediatamente e inequivocabilmente bagherese. San Giuseppe è il patrono di Bagheria dal 1658, stesso anno della fondazione della prima villa: anche nella religiosità locale c’è quella continuità storica che attraversa ogni aspetto del territorio.
Aspra e la costa: il borgo marinaro che resiste
Bagheria non è solo ville e arte. A pochi minuti dal centro si trova Aspra, il borgo marinaro che è frazione del comune e che conserva ancora, nonostante la pressione dello sviluppo immobiliare, qualcosa dell’autenticità dei borghi di pescatori. Il porto di Aspra è ancora vivo: le barche rientrano al mattino con il pescato, i pescatori sistemano le reti nel pomeriggio, e chi sa quando arrivare trova ancora pesce freschissimo venduto direttamente al molo. Il nome Aspra viene dalla pietra locale, la cosiddetta pietra d’Aspra o calcarenite bagherese, una roccia calcarea porosa di colore giallo-ocra che è il materiale costruttivo di tutta la città e che le dà quella tonalità dorata che si vede bene nelle ore del tramonto quando il sole radente illumina le facciate.
La costa di Bagheria e Aspra alterna spiagge sabbiose a litorale roccioso, con calette appartate e scogli dalle forme stravaganti. Tra questi merita una menzione l’arco naturale di roccia sul mare che una vecchia pubblicità dei Baci Perugina rese famoso negli anni Ottanta come l’arco azzurro: una formazione calcarea che il mare ha scolpito nei secoli e che è diventata, con quella involontaria operazione di marketing, uno dei simboli visivi del territorio bagherese. Non lontano, il promontorio del Monte Catalfano ospita il sito di Solunto, una delle più importanti testimonianze della civiltà punica in Sicilia: una città fondata dai Fenici, poi passata ai Greci e poi ai Romani, con i resti del foro, delle terme e delle case di una città andata avanti per secoli prima di essere abbandonata.
Dacia Maraini e gli intellettuali di Bagheria
Oltre a Guttuso e Tornatore, Bagheria ha un terzo nome che vale la pena ricordare: Dacia Maraini, la scrittrice e poetessa nata a Fiesole nel 1936 ma cresciuta a Bagheria, dove il padre antropologo Fosco Maraini si trasferì. La Maraini ha dedicato a Bagheria un libro autobiografico preciso e bellissimo, Bagheria (1993), che racconta l’infanzia sulla collina sopra la città, la villa dove viveva la famiglia, il paesaggio di agrumeti e ville barocche che è rimasto nella sua memoria come il paesaggio dell’infanzia. È un libro che si può leggere prima di venire a Bagheria come guida sentimentale, e che si può rileggere dopo per capire cosa si è visto.
Il poeta dialettale Ignazio Buttitta, anch’egli bagherese, è una figura fondamentale della tradizione poetica siciliana del Novecento: le sue poesie in dialetto palermitano hanno una forza e una precisione che raramente si trovano nella poesia in lingua standard, e Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959, era solito dire che Buttitta era il più grande poeta siciliano del secolo. Il murales che lo ritrae nel centro di Bagheria, realizzato dagli street artist Andrea Buglisi e Igor Scalisi Palminteri, lo mostra in versione fantascientiifica mentre proietta su una tela il giovane Renato Guttuso: un’immagine che sintetizza perfettamente la vocazione culturale di questo posto.
| ✦ COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Bagheria — Città Metropolitana di Palermo. A circa 15 km da Palermo, 29 km da Cefalù. 🚗 In auto da Palermo: autostrada A19 Palermo-Catania, uscita Bagheria (circa 15 minuti). Da Catania: A19 in direzione Palermo. 🚆 In treno: stazione ferroviaria di Bagheria sulla linea Palermo-Messina, treni regionali frequenti da Palermo (circa 20 minuti). Ottima opzione per evitare il traffico. 🏛️ Villa Palagonia (La Villa dei Mostri): via Palagonia, aperta tutto l’anno. Biglietto circa 6 euro. www.villapalagonia.it 🎨 Museo Guttuso — Villa Cattolica: via Ramacca 9, aperto mar-dom. Ingresso circa 5 euro. Tomba di Guttuso nel cortile. 🎭 Museo del Giocattolo Pietro Piraino — Certosa di Villa Butera: ingresso 5 euro intero, 3 euro ridotto. 🏖️ Aspra: frazione marinara a 3 km dal centro, con porto peschereccio e litorale. Pesce fresco venduto al molo nelle prime ore del mattino. 🏺 Solunto: sito archeologico punico-greco-romano sul Monte Catalfano (5 km). Aperto mar-dom, ingresso circa 4 euro. 🍕 Sagra dello Sfincione: estate, solitamente luglio-agosto. Da non perdere per lo sfincione bagherese. 📅 Patrono: San Giuseppe, 19 marzo. Le Vie dei Tesori (ottobre) apre ogni anno le ville normalmente chiuse. |
Pubblicato da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano · Tour Leader · Fotografo di viaggi
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