Siamo stati, e continuiamo a essere, saldamente al fianco delle migliaia di ragazzi e ragazze che invocavano la libertà. Abbiamo sostenuto chi protestava per i propri diritti inalienabili e veniva tragicamente ucciso o incarcerato dai pasdaran. Nessuno, dotato di un minimo di coscienza democratica e civile, rimpiangerà mai figure come Khamenei e i suoi brutali compagni di potere. Il popolo iraniano, portatore di una cultura millenaria, merita senza alcun dubbio un futuro diverso, luminoso e libero, molto lontano da quello che gli stanno riservando ormai da decenni gli eredi della rivoluzione islamista del 1979. Non possiamo tuttavia sfuggire a una domanda fondamentale, un interrogativo che si fa sempre più pressante man mano che le notizie dal fronte si susseguono: è davvero questo, ovvero la liberazione dell’Iran e la tutela dei diritti umani, l’obiettivo primario della guerra decisa da Netanyahu e Trump?
I dubbi geopolitici e il paradosso delle piazze italiane
La spiegazione delle motivazioni dietro a queste imponenti azioni militari cambia, infatti, giorno per giorno, lasciandoci in una fitta nebbia di incertezza. C’era davvero un pericolo immediato a cui si doveva reagire con tale forza dirompente? Finora, nessuno ha fornito le prove inconfutabili che la comunità internazionale richiederebbe per giustificare una simile escalation. Davvero era ripartito il programma nucleare in modo così minaccioso, considerando che la sua distruzione era stata proclamata con enfasi dopo gli attacchi dell’estate scorsa? E veramente l’instaurazione di una democrazia a Teheran, il cosiddetto cambio di regime, rappresenta il progetto finale, nobile e disinteressato, di questa imponente azione militare? Oppure, guardando la complessa realtà con disincanto geopolitico, si spera semplicemente che, stremati dai continui bombardamenti, i capi iraniani si pieghino e vengano a patti con la superpotenza americana, ridefinendo i fragili equilibri di forza dell’intera regione mediorientale?
Io non ho le risposte definitive a queste domande, poiché la complessità del panorama internazionale sfugge spesso anche agli analisti più esperti. Ma c’è qualcosa che so con assoluta certezza e che percepisco chiaramente osservando il nostro Paese: vedere scendere in piazza la sinistra insieme ai manifestanti pro-iraniani, sollevando orgogliosamente la foto del loro amatissimo Ali Khamenei, mi fa un profondo orrore. È un cortocircuito logico e morale inaccettabile per chi si definisce progressista o difensore dei diritti. Allo stesso modo, vedere l’odio trasparire dal volto di un professore o di un rinomato sociologo in televisione, intento a urlare con rabbia contro chiunque non la pensi come lui, contro chi non condanna a prescindere Trump, o contro chi non spende ogni minuto del suo tempo a parlare male di Meloni, mi fa ancor più orrore.
Il rischio dell’estremismo contro il Governo Meloni e il ruolo dell’informazione
Questa polarizzazione estrema, questa rabbia cieca che sostituisce sistematicamente il ragionamento logico, è il sintomo inequivocabile di una malattia profonda del nostro dibattito pubblico. Io non voglio nemmeno fermarmi a pensare a cosa sarebbe successo se, in un momento storico così delicato e instabile, con conflitti armati che rischiano di allargarsi a macchia d’olio in tutto il globo, avessimo avuto alla guida del governo esponenti dalle posizioni radicali. Se al posto di Meloni avessimo avuto come Presidente del Consiglio un Fratoianni o un Bonelli, con la loro retorica infiammata, saremmo già in guerra contro gli Stati Uniti. Dio ci liberi da queste persone, che pur di tornare al governo del Paese e riprendersi il potere, farebbero patti anche col diavolo, ignorando le conseguenze disastrose per l’intera nazione.
In questo contesto globale e interno già così teso, il ruolo dell’informazione dovrebbe rappresentare un faro di lucidità. Raccontare con serietà e oggettività i fatti, aiutare i propri lettori a orientarsi tra le propagande incrociate, offrire analisi e opinioni ponderate che chiariscano davvero cosa sta accadendo nel mondo, dovrebbero essere i compiti irrinunciabili di un mezzo d’informazione degno di questo nome. Eppure, leggendo i quotidiani ogni mattina, io non vedo assolutamente questo. Vedo invece una parte consistente della stampa di sinistra (o campo largo) che sembra aver smarrito del tutto la propria bussola deontologica.
L’ossessione mediatica e l’ipocrisia dell’opposizione
Leggo quotidianamente giornali in cui le parole governo e Meloni vengono inserite in modo quasi ossessivo in ogni loro scritto, a prescindere dall’argomento trattato, che si parli di finanza, di cronaca locale o di politica estera. Traspare un’avversione preconcetta, un odio viscerale verso Meloni in ogni loro singola frase, una narrazione tossica costruita non per informare il cittadino, ma esclusivamente per vendere facile indignazione a lettori già fortemente polarizzati. È un tradimento della missione giornalistica che impoverisce il senso critico di tutta la società italiana.
A questo triste e avvilente spettacolo mediatico si aggiunge, purtroppo, un’opposizione che spesso appare profondamente ipocrita e concentrata solo sulla polemica sterile e distruttiva. Chiedono a gran voce e ogni singolo giorno la presenza di Meloni in parlamento, dipingendo la sua assenza fisiologica come una fuga dalle responsabilità democratiche. Fanno tutto questo ignorando, o fingendo maliziosamente di ignorare, la mole impressionante di impegni, i delicati vertici internazionali e il massiccio lavoro esecutivo che il ruolo di un Capo di Governo impone, specialmente durante crisi globali di questa immensa portata. Trattano il Presidente del Consiglio come se non avesse letteralmente nient’altro da fare che presenziare a dibattiti pretestuosi per alimentare le agenzie di stampa.
Un appello al decoro e alla buona educazione nelle istituzioni
Tutto questo scenario desolante mi porta al cuore della mia riflessione odierna, che vuole essere prima di tutto un appello sincero e accorato alla buona educazione. Sembra un concetto ormai superato, quasi banale nell’era degli strilli digitali e dei social, ma la buona educazione è la grammatica fondamentale della convivenza civile e democratica. È un valore prezioso che purtroppo si è perso, irrimediabilmente dissolto in una miscela di arroganza, narcisismo e ricerca disperata del like facile.
Questa perdita di decoro e di rispetto umano ha ormai infettato anche i luoghi sacri che dovrebbero esserne il tempio e il massimo esempio per i cittadini, come le aule parlamentari. Sentire pronunciare, all’interno del parlamento della Repubblica Italiana, frasi volgari, irrispettose e inaccettabili del tipo “Lei sa dove se lo deve mettere quel dito”, per giunta rivolte a un ministro della repubblica nonché vice-premier, è il segno inequivocabile di un degrado istituzionale senza precedenti. È una deriva che dovrebbe allarmarci tutti, a prescindere dalle nostre personali e legittime appartenenze politiche.
Quando crolla il rispetto minimo per l’interlocutore, quando l’avversario politico non è più un competitore con cui confrontarsi ma diventa un nemico assoluto da distruggere con l’insulto libero e non con l’argomentazione logica, a perdere non è una singola fazione politica. A perdere è l’intera impalcatura della nostra democrazia. La responsabilità di invertire questa rotta disastrosa ricade su ciascuno di noi, ma in primo luogo su chi occupa posizioni di visibilità e di potere. I leader politici, gli opinionisti, i direttori di testata hanno il dovere morale di disarmare il linguaggio.
Abbiamo disperatamente bisogno di abbassare i toni di questo perenne scontro tribale. Abbiamo il dovere di tornare a confrontarci sui fatti concreti, di rispettare profondamente le istituzioni che ci rappresentano nel mondo e di pretendere dai nostri rappresentanti, così come dai giornalisti che ci informano, un livello di dignità, di competenza e di serietà all’altezza delle immense sfide che stiamo affrontando. Senza buona educazione non può esistere alcun dialogo costruttivo, e senza dialogo, in un mondo che sembra letteralmente in fiamme, ci resta soltanto il baratro del caos.
Scritto da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi
