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La mia Firenze non esiste più

Firenze non mi appartiene più: la voce di chi ha visto la sua città scomparire

Un racconto in prima persona dalla città più amata e più tradita d’Italia. Quando una città diventa uno spettacolo, chi la abitava diventa un fantasma.

Mi chiamo Aldo. Ho settantadue anni, sono nato in via dei Servi e ho vissuto tutta la mia vita a cento metri dal Duomo. Ho visto Firenze cambiare stagione dopo stagione, governo dopo governo, crisi dopo crisi. Ma quello che ho visto negli ultimi dieci anni non l’avrei mai immaginato. Non in un incubo.

Stamattina sono uscito per comprare il pane. Sembra una cosa semplice, no? Eppure ho camminato per un quarto d’ora prima di trovare qualcosa che non fosse un bar con i croissant in vetrina e la scritta ‘artisan bakery’ sopra la porta. La panetteria di Gino, quella dove andavo da bambino con mia madre, ha chiuso tre anni fa. Al suo posto c’è una boutique di profumi naturali con i prezzi in euro e in dollari.

Non ho lasciato Firenze. È Firenze che ha lasciato me.

Il mattino di una città che non dorme più

Una volta il quartiere si svegliava con i suoi rumori. Il furgone del fornaio, la saracinesca del tabaccaio, le voci dei bambini che andavano a scuola, i vecchi seduti sulle panchine a leggere il giornale. C’era un ritmo, uno che riconoscevo, che mi faceva sentire a casa anche quando uscivo in pigiama a prendere il latte.

Oggi mi sveglio con le valigie con le rotelle. Arrivano all’alba, quelle valigie. Trascinano il loro rumore sul selciato antico come se il selciato fosse un corridoio d’albergo. E in un certo senso lo è diventato: il mio palazzo ha nove appartamenti. Sette sono su Airbnb. Gli altri due siamo io e la signora Carmela, ottant’anni, che non sente più molto e quindi dorme tranquilla. Io no.

I vicini cambiano ogni tre giorni. Li sento parlare tedesco, giapponese, americano. Li vedo fotografare il cortile, le scale, persino i campanelli. A volte fotografano anche me, senza chiedere. Come se fossi parte dell’arredo. Un anziano fiorentino da immortalare prima di andare agli Uffizi.

La bottega che non c’è più

Ho lavorato trent’anni come corniciaio, qui nel centro. Avevo il laboratorio in Borgo Pinti, ereditato da mio padre. Facevo cornici su misura, restauravo quadri, riparavo specchi antichi. Conoscevo ogni cliente per nome, sapevo i gusti di ciascuno, ricordavo i compleanni.

Ho chiuso nel 2019. Non perché non avessi lavoro, anzi. Ho chiuso perché il proprietario dell’immobile ha raddoppiato l’affitto in due anni. Voleva affittare il locale a un ristorante di lusso, molto più redditizio di me. E ci è riuscito. Oggi al posto del mio laboratorio c’è un posto dove si mangiano tartare e si bevono cocktail con i nomi delle vie di Firenze. Frequentato, per lo più, da turisti.

La mia bottega era Firenze. Il ristorante che l’ha sostituita vende Firenze come un’esperienza da consumare.

Non sono il solo. In via dei Calzaiuoli, via Tornabuoni, via del Corso, in Oltrarno, una dopo l’altra, le botteghe artigiane hanno abbassato le saracinesche. I calzolai, i tappezzieri, i ferramenta, i cartolai. Mestieri che si tramandavano di padre in figlio da generazioni, scomparsi nell’arco di un decennio. Al loro posto, gelaterie, selfie museum, shop di souvenir con il David di plastica e la maglietta con ‘I love Firenze’.

I miei figli non possono tornare

Ho due figli. Marco ha quarantaquattro anni, insegna alle medie. Sara ne ha quarantuno, lavora in uno studio di architettura. Nessuno dei due abita più a Firenze. Non per scelta, non per voglia di andarsene. Per necessità.

Marco ha cercato casa nel centro per due anni. Il bilocale dove abitava da ragazzo, in affitto, è stato trasformato in appartamento turistico nel 2021. Il proprietario gli ha dato due mesi di preavviso e gli ha detto, con tono quasi dispiaciuto, che guadagnava il triplo così. Marco si è trasferito a Scandicci. Sara a Pontassieve. Vengono a trovarmi il fine settimana, quando riescono.

A volte penso che la città che amavano non esiste più neanche per loro. Vengono, mi vedono, mangiano insieme a me, e poi rientrano. Firenze per loro è diventata quello che è per i turisti: un posto dove si va e da cui si riparte.

Il turista che cerca qualcosa che non trova

Non ce l’ho con i turisti. Voglio dirlo chiaramente, perché è facile cadere in quell’errore. I turisti non sono il problema. Sono, in un certo senso, le prime vittime di quello che è successo.

Vengono da mezzo mondo per vedere Firenze. La Firenze del Rinascimento, quella dei vicoli, delle botteghe, dei mercati veri, della gente che ci abita davvero. E trovano una scenografia. Trovano una città costruita per sembrare se stessa, ma svuotata di tutto quello che la rendeva tale.

Li osservo mentre camminano con la mappa in mano, cercando qualcosa di autentico. Entrano in una trattoria con il menù plastificato e quattro lingue scritte sopra, mangiano la bistecca a trenta euro, escono con la faccia di chi ha capito che c’è qualcosa che non torna. Qualcosa manca. Non sanno nominarlo, ma lo sentono.

Il turista cerca l’anima di una città. Ma l’anima se n’è già andata, insieme ai suoi abitanti.

Cosa ha fallito, e chi

Ho votato per governi di ogni colore in settant’anni di vita. Ho sempre creduto che le istituzioni potessero fare qualcosa, quando le cose andavano storte. Oggi quella fiducia è più sottile di un foglio di carta.

Non è mancanza di leggi. È mancanza di volontà. Si poteva regolamentare gli affitti brevi anni fa, prima che diventassero un’emergenza. Si poteva proteggere le botteghe storiche con affitti calmierati, come fanno in alcune città del nord Europa. Si poteva progettare il turismo invece di subirlo, con tetti agli ingressi, con politiche di destagionalizzazione, con incentivi a chi sceglie mete meno conosciute.

Venezia ha introdotto il biglietto d’ingresso per i turisti giornalieri. Barcellona ha bloccato le nuove licenze per affitti brevi. Qualcosa si muove, lentamente, altrove. A Firenze si continua a costruire hotel, ad aprire nuovi B&B, ad accogliere crocieristi di passaggio. E intanto i residenti del centro sono passati da centomila a poco più di sessantamila in vent’anni.

Resto, per ora

Mia figlia mi ha chiesto l’anno scorso se volevo andare a stare con lei a Pontassieve. Casa grande, giardino, aria buona. L’ho guardata come se mi avesse proposto di andare su Marte.

Non posso andarmene. Non ancora. Finché resto qui, finché mi siedo su questa sedia e guardo questo cortile e conosco il nome di ogni pietra di questo palazzo, qualcosa della Firenze vera sopravvive. Sono uno degli ultimi custodi di una memoria che nessun museo conserva, perché non è nei quadri né nelle statue. È nelle abitudini, negli odori, nei rumori, nelle relazioni.

Ma la verità, quella che faccio fatica ad ammettere anche a me stesso, è che ogni anno che passa quella memoria sbiadisce un po’. I vecchi amici se ne vanno, uno dopo l’altro. I negozi che conoscevo chiudono. I volti familiari diventano sempre meno. E i nuovi volti restano tre giorni, poi spariscono con la valigia a rotelle nel cuore della notte.

Una città senza i suoi abitanti non è una città. È un palcoscenico. E io non voglio fare la comparsa nella storia di qualcun altro.

Quello che chiedo

Non chiedo di tornare indietro. Non sono un nostalgico, o almeno cerco di non esserlo. So che le città cambiano, che il mondo cambia, che bisogna adattarsi. Ma c’è una differenza tra il cambiamento e la sostituzione.

Cambiamento è quando una città cresce, si rinnova, accoglie persone nuove senza cacciare quelle che ci sono. Sostituzione è quando chi abita da generazioni un luogo viene sistematicamente espulso, non con la forza, ma con gli affitti impossibili, con la sparizione dei servizi, con la trasformazione progressiva del quartiere in qualcosa che non gli appartiene più.

Quello che chiedo è semplice, e insieme enormemente difficile: che qualcuno decida che le città sono fatte per essere vissute, non solo visitate. Che un residente vale almeno quanto un turista. Che l’autenticità di un luogo dipende dalle persone che lo abitano, non dalle storie che si raccontano nelle guide.

Chiedo che la mia città torni ad avere bisogno di me. Che ci sia ancora un posto, in via dei Servi, per un vecchio corniciaio che conosce il nome di ogni vicolo e ricorda come suonava il campanile la mattina di Pasqua, prima che diventasse la colonna sonora di mille stories su Instagram.

Non so se succederà. Ma finché sono qui, continuo a sperarlo.

Non è la mia storia questa, io vivo in Sicilia, ma mi ha colpito perchè quando ho visitato Firenze, pur da turista, ho provato le stesse sue sensazioni.

Scritto da Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.

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