La dimora del barone burlone tra carrubi e pietra iblea. Ragusa, 15 km dalla città: 122 stanze neogotiche, un labirinto di pietra, scherzi meccanici e l’atmosfera intatta dell’aristocrazia siciliana dell’Ottocento.
Ci sono posti che non sembrano veri. Non perché siano costruiti o artificiali, ma perché la realtà che contengono è così concentrata, così carica di storia e di personalità, da risultare quasi impossibile da credere all’improvviso. Il Castello di Donnafugata è uno di questi posti. Lo si raggiunge percorrendo quindici chilometri di campagna ragusana, la più bella e la più silenziosa di tutta la Sicilia, con i muretti a secco ai lati della strada e i carrubi che colorano di verde scuro le stoppie dorate. E poi appare: una facciata negotica con archi trilobati, due torri circolari, merlature lungo il tetto, una loggia elegante che sembra uscita da un palazzo veneziano piombato per errore nell’entroterra ibleo. Non sembra un posto siciliano. Non sembra nemmeno un posto reale. Eppure è lì, è del tutto vero, ed è esattamente quello che un uomo straordinario dell’Ottocento siciliano voleva che fosse.
Un nome, due leggende e un’etimologia araba
Prima ancora di varcare il cancello vale la pena fermarsi sul nome, che è già di per sé una storia. Donnafugata, letteralmente donna in fuga, rimanda a una leggenda del Quattrocento che mescola potere, passione e prigionia. Si narra che il conte Bernardo Cabrera, potente gran giustiziere del regno di Sicilia, avesse imprigionato in questo castello la regina Bianca di Navarra, vedova del re Martino I il Giovane, con l’intenzione di costringerla a sposarlo e ottenere così la corona. La regina, secondo la leggenda, riuscì a fuggire e a riparare a Siracusa, a Catania e infine a Palermo, donde fece arrestare il conte. Una storia di corte medievale con tutti gli ingredienti: ambizione, amore non corrisposto, prigioniera illustre, fuga rocambolesca.
Il problema è che la storia, nella sua forma più comunemente raccontata, non trova riscontro preciso nei documenti storici. Le date non tornano, i luoghi sono incerti, e tutto assomiglia più a un racconto popolare che a una cronaca. Gli storici propongono anche un’etimologia alternativa, di origine araba: il nome deriverebbe da Ayn as Jafat, che significa fonte della salute o fonte benefica, storpiato nel dialetto locale prima in Ronnafuata e poi italianizzato in Donnafugata. Una sorgente di acqua fresca in una terra arida era davvero un bene prezioso, e il fatto che la zona fosse abitata già in età arabo-normanna lo confermano i reperti e un ipogeo funerario della tarda antichità trovato a pochi passi dal borgo.
Scegliere quale delle due versioni preferire è, in fondo, una questione di carattere. Chi ama il rigore storico sceglierà l’etimologia araba. Chi ama le storie di regine in fuga, la leggenda del Cabrera. Il castello, nel suo modo sottilmente ironico, le tiene entrambe in vita senza scegliere tra loro.

Dal feudo medievale alla dimora neogótica: la famiglia Arezzo
La storia documentata del castello comincia nel 1648, quando Vincenzo Arezzo-La Rocca acquistò il feudo, diventando il primo Barone di Donnafugata. All’epoca lo stabile era poco più che una torre di avvistamento con recinto, la cosiddetta Torrevecchia, usata per sorvegliare il vasto latifondo. Nei decenni successivi la famiglia Arezzo trasformò lentamente la torre in una masseria, poi in una casina neoclassica di villeggiatura, secondo il modello tipico dell’aristocrazia siciliana che possedeva residenze di campagna in cui trascorrere i mesi estivi controllandoal contempo l’andamento agricolo delle proprietà.
La trasformazione decisiva avvenne nella seconda metà dell’Ottocento, per mano del discendente più illustre e più stravagante della famiglia: il barone Corrado Arezzo de Spuches, nato a Ragusa nel 1824 e morto proprio a Donnafugata nel 1895. Corrado Arezzo era quello che oggi chiameremmo un uomo rinascimentale: poeta dilettante, pittore, appassionato di musica, botanico, bibliotecario con una raccolta di oltre diecimila volumi. Fu anche un politico attivo: partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848, fu deputato al Parlamento siciliano, poi al Parlamento del Regno d’Italia nel 1861 e nel 1865, e per due volte sindaco di Ragusa. Ricevette da Garibaldi in persona l’incarico di reggere la provincia di Noto durante la spedizione dei Mille.
Con tutto questo, rimase un uomo di gusto goliardico, amante delle feste, degli ospiti e degli scherzi. Ed è su questi scherzi, su questo senso dell’umorismo aristocratico e un po’ bizzarro, che torneremo. Prima però bisogna capire cosa costruì, perché quello che fece al castello di Donnafugata fu un’operazione ambiziosa e originalissima.
L’architettura: un eclettismo voluto e divertito
L’aspetto attuale del castello, quello che si vede arrivando dal vialetto d’ingresso, è il risultato di decenni di interventi di Corrado Arezzo, portati avanti fino alla sua morte e completati dai discendenti nei primi anni del Novecento. Il barone non voleva una residenza lineare né uno stile puro: voleva qualcosa che mescolasse epoche e influenze, che stupisse e divertisse, che avesse personalità propria. E in questo riuscì perfettamente.
La facciata principale è in stile neogotico, con la loggia centrale decorata da archi trilobati che ricordano vagamente le architetture di certi palazzi veneziani, una citazione colta e volutamente fuori contesto in mezzo alla campagna iblea. Le due torri circolari agli angoli e le merlature lungo il bordo superiore danno all’edificio una silhouette da maniero che può ingannare il visitatore distratto, ma il castello non è mai stato una struttura difensiva: è una villa nobiliare travestita da castello, con tutti i comfort e tutti i capricci che il Barone si era permesso. La superficie coperta è di oltre 7.500 metri quadrati su tre piani, con 122 stanze totali di cui circa una ventina apribili al pubblico.
I pavimenti del piano nobile, in pietra pece scura lucida, sono uno degli elementi più caratteristici dell’interno: la pietra pece è la varietà di calcare bituminoso tipica del ragusano, ricca di idrocarburi naturali che le danno una colorazione quasi nera e una lucentezza particolare. Camminarci sopra è già un modo di capire dove ci si trova.
Le stanze: un viaggio nell’Ottocento aristocratico
Lo scalone monumentale in pietra pece conduce al piano nobile, e da quel momento in poi la visita è un’immersione nell’Ottocento siciliano più ricco e più raffinato. Le stanze visitabili conservano in buona parte gli arredi e le decorazioni originali, e questo le rende qualcosa di più di una ricostruzione storica: sono ambienti che hanno vissuto davvero, che hanno ospitato pranzi, feste, conversazioni, musica, giochi.
Il Salone degli Stemmi è la sala di rappresentanza per eccellenza: sulle pareti sono dipinti oltre 730 stemmi araldici delle principali famiglie nobili siciliane, una sorta di dizionario visivo dell’aristocrazia dell’isola. Accanto agli stemmi campeggia un’unica eccezione, quello dello stemma francese, posto in onore del visconte Gaetano Combes de Lestrade, ospite francese che divenne l’ultimo proprietario privato del castello dopo averne sposato la nipote del barone. Due antiche armature completano l’allestimento. È una sala che racconta, in modo diretto e senza sottintesi, quanto contasse la genealogia nella Sicilia di quell’epoca.
La Sala della Musica ha soffitti affrescati con trompe-l’oeil, quella tecnica pittorica che simula profondità e spazi dove non esistono, molto usata nelle dimore siciliane del periodo per dare illusione di grandiosità agli ambienti. Il nome non è casuale: il barone era appassionato di musica, e questa sala era uno degli spazi di intrattenimento della corte domestica degli Arezzo. Il Salone degli Specchi, pensato per le feste più sfarzose, amplifica la luce con le sue grandi specchiere e gli stucchi dorati. La Pinacoteca conserva quadri neoclassici della scuola di Luca Giordano. L’Appartamento del Vescovo, riservato esclusivamente all’alto prelato membro della famiglia Arezzo, ha mobili in stile Boulle di rara qualità. La cosiddetta Stanza della Principessa di Navarra, che la leggenda vuole fosse la prigione di Bianca, ha un fascino tutto suo, anche se la sua collocazione cronologica è naturalmente immaginaria.
Poi ci sono le stanze della biblioteca, che conteneva oltre diecimila volumi. E la Sala del Biliardo, dove sono state girate alcune scene del film I Viceré, tratto dal romanzo di Federico De Roberto. Il castello è stato set cinematografico e televisivo in più occasioni, e ogni volta ha offerto qualcosa di autentico che nessuna scenografia costruita avrebbe potuto imitare.

Il barone burlone: gli scherzi meccanici
Corrado Arezzo de Spuches aveva un lato della personalità che non si racconta abbastanza: era un burlone convinto, e il castello è disseminato di prove di questo carattere. Aveva fatto installare, in posizioni strategiche per colpire gli ospiti ignari, una serie di meccanismi a scatto progettati per sorprendere, spaventare o bagnare chi non si aspettava nulla. Una delle trappole più famose era una panca nel parco dotata di un irrigatore nascosto: chi ci si sedeva veniva investito da un getto d’acqua improvviso. Un’altra era una cappella in fondo al parco da cui, quando qualcuno apriva la porta, scattava un meccanismo che faceva comparire di scatto un monaco di pezza, spaventando letteralmente il malcapitato. Nel parco si trovano anche alcune tombe vuote che secondo la tradizione servivano a impressionare le giovani dame durante le passeggiate serali.
Questi scherzi, oggi non più attivi ma parzialmente in fase di ripristino, dicono qualcosa di importante sul carattere del loro ideatore. Arezzo non era un nobile austero e compunto: era un uomo che voleva che il suo castello fosse un luogo di divertimento, di stupore, di conversazione brillante. Un padrone di casa che si divertiva a vedere i propri ospiti sorpresi. C’è qualcosa di molto siciliano in questo: il piacere del racconto, dell’effetto, della storia che si tramanda.
Il parco: 8 ettari di giardino e mistero
Intorno al castello si estende un parco di otto ettari, concepito da Corrado Arezzo con la stessa ambizione enciclopedica che aveva dedicato agli interni. Il giardino era originariamente suddiviso in tre zone distinte: un giardino all’inglese, uno alla francese e uno mediterraneo. Contava oltre 1.500 specie vegetali, molte delle quali importate appositamente dal barone da luoghi lontani per stupire e deliziare gli ospiti. Anni di abbandono, seguiti all’acquisto da parte del Comune di Ragusa nel 1982, hanno fatto perdere alcune delle specie più rare, ma il parco conserva ancora una qualità e una varietà notevole.
Nel parco si trovano il tempietto circolare in stile neoclassico usato come coffee house, dove gli ospiti potevano riposarsi durante le passeggiate con una bevanda fresca, e una grotta artificiale dotata in origine di false stalattiti. Ma l’attrazione che tutti cercano, e che merita tutto il tempo che si vuole dargli, è il labirinto.
Il labirinto di Donnafugata è costruito in pietra a secco, con muri alti circa due metri, e ha una forma trapezoidale. Fu costruito prendendo come modello il celebre labirinto di Hampton Court Palace, a Londra, quello di siepi che esiste ancora oggi. Donnafugata e Hampton Court sarebbero, secondo alcune fonti, gli unici due labirinti al mondo di forma trapezoidale. Nell’originale di Donnafugata i muri erano ricoperti di roseti che li rendevano ancora più impenetrabili alla vista. I roseti non ci sono più, e il labirinto nudo in pietra iblea ha una bellezza scarna e quasi geometrica che colpisce nel suo rigore. Ci si entra con sicurezza e quasi sempre si rimane persi più a lungo del previsto: il labirinto, che i ragusani chiamano in dialetto u pirdituri, il luogo dove ci si perde, mantiene la sua promessa intatta.
Il MuDeCo: la storia del costume siciliano
Dall’ottobre del 2020 il castello ospita anche il MuDeCo, il Museo del Costume di Donnafugata, allestito nei locali dei piani bassi dove un tempo erano le cucine e gli alloggi della servitù. Il museo conserva e espone una collezione straordinaria acquistata dal Comune di Ragusa da un’esponente della famiglia Arezzo: centinaia di abiti e migliaia di accessori che coprono un arco temporale dal XVIII al XX secolo, raccontando tre secoli di moda siciliana aristocratica e borghese.
Non è un museo di abiti nel senso museologico freddo del termine: è una raccolta di storie indossate, di momenti di vita preservati nel tessuto e nel ricamo. Abiti da sera di fine Ottocento, gioielli, cappelli, guanti, ventagli, tutto quello che componeva l’identità pubblica di una classe sociale che considerava il vestire come un linguaggio preciso. Tra i pezzi più citati c’è un abito da sposa che si dice abbia ispirato Luchino Visconti quando visitò il castello e la collezione prima di girare Il Gattopardo, per studiare l’atmosfera e i costumi dell’aristocrazia siciliana di metà Ottocento.

Donnafugata, Tomasi di Lampedusa e Montalbano
Il nome Donnafugata compare nel romanzo più famoso della letteratura siciliana del Novecento, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, come il nome della residenza estiva della famiglia Salina, il feudo immaginario dove il principe don Fabrizio Corbera si ritira ogni anno per l’estate. Questo ha creato nell’immaginario collettivo un’associazione quasi automatica tra il castello ragusano e il romanzo, ma la questione va chiarita con precisione.
Tomasi di Lampedusa non ambientava il suo Donnafugata nel castello di Ragusa: si trattava di un luogo immaginario ispirato probabilmente ai feudi palermitani della sua famiglia. E il film che Luchino Visconti girò nel 1963, con Burt Lancaster e Claudia Cardinale, fu girato in gran parte a Palazzo Gangi a Palermo, non a Ragusa. Tuttavia Visconti visitò il castello di Donnafugata durante la preparazione del film, per documentarsi sull’atmosfera dell’aristocrazia siciliana dell’Ottocento, e la collezione di abiti degli Arezzo influenzò le scelte dei costumi del film. Il legame tra il castello ragusano e Il Gattopardo è quindi reale, ma indiretto: non è il set del film, ma è uno dei luoghi che quel film respirò.
Il legame con il Commissario Montalbano è invece diretto e documentato. Il castello di Donnafugata ha fatto da location per diversi episodi della celebre serie televisiva tratta dai romanzi di Andrea Camilleri: in particolare, i suoi saloni e la sua terrazza hanno fatto da sfondo alla residenza del capomafia Balduccio Sinagra, personaggio ricorrente nelle avventure di Montalbano. Chi ha visto la serie riconosce immediatamente gli ambienti e capisce perché quella scenografia funzioni: c’è qualcosa nell’aria delle stanze di Donnafugata, in quella ricchezza un po’ sfiorita, in quella nobiltà che si è un po’ appesantita sulle sedie imbottite, che si adatta perfettamente all’universo narrativo di Camilleri.
Dal barone al Comune: la storia recente
Dopo la morte di Corrado Arezzo nel 1895, il castello passò di mano attraverso varie generazioni e rami della famiglia, fino a giungere a Clementina Paternò di Manganelli, vedova del visconte francese Gaetano Combes de Lestrade. Poi arrivarono decenni di incuria e di abbandono parziale. Nel 1982 il Comune di Ragusa acquistò il castello per la somma di un miliardo di lire, avviando un lungo processo di restauro che ha permesso di riaprirlo al pubblico e di restituirgli una vita.
Oggi il castello è una delle attrazioni più visitate della Sicilia orientale, inserito nel sistema turistico della Val di Noto. La stazione ferroviaria di Donnafugata, che dista meno di 400 metri dall’ingresso, è ancora attiva: i treni regionali vi fermano regolarmente, e dal castello si può raggiungere Ragusa in treno con una piccola riduzione sul biglietto d’ingresso. Una comodità che il barone Arezzo aveva già previsto, e che aveva ottenuto facendo deviare il tracciato originario della ferrovia Ragusa-Comiso per farlo passare vicino alla sua proprietà. L’influenza politica al servizio del comfort privato: un’abitudine non poi così rara, in Sicilia come altrove.
| COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Castello di Donnafugata — Contrada Donnafugata, Ragusa. Si trova a circa 15 km dal centro di Ragusa. 🚗 In auto: da Ragusa seguire le indicazioni per Santa Croce Camerina (SP60), poi SP80 verso Donnafugata. Cartelli turistici marroni lungo il percorso. Parcheggio a pagamento disponibile in loco. 🚆 In treno: la stazione di Donnafugata dista meno di 400 metri dall’ingresso del castello. Treni regionali da Ragusa. Chi arriva in treno ha diritto a una riduzione sul biglietto d’ingresso. 🎫 Biglietti: acquistabili in loco. Il percorso di visita comprende il castello (piano nobile e stanze visitabili), il parco con il labirinto e il MuDeCo. sito ufficiale del Castello 🕐 Orari: verificare sempre il sito ufficiale www.castellodonnafugata.org o il sito del Comune di Ragusa prima di partire, gli orari variano per stagione e possono subire variazioni per eventi. ⏱️ Tempo consigliato: almeno 2 ore per castello e parco. Con il MuDeCo e il labirinto si può stare comodamente 3 ore. 📅 Da sapere: il castello ospita eventi stagionali (teatro nel parco, notturni, picnic) prenotabili sul sito ufficiale. In estate la luce serale nel parco è particolarmente bella. 🗺️ Nei dintorni: Ragusa Ibla (30 min), Scicli (20 min), Modica (25 min), Punta Secca (40 min). Ideale come tappa di un itinerario nella Val di Noto. |
Mi chiamo Giuseppe Cianci. Sono un blogger siciliano, tour leader e fotografo di viaggi. Racconto la Sicilia attraverso luoghi, tradizioni, cucina e fotografie originali.
