Il Parco delle Madonie: il giardino botanico del Mediterraneo dove il mare è a un'ora di macchina e la neve arriva a duemila metriIl Parco delle Madonie: il giardino botanico del Mediterraneo dove il mare è a un'ora di macchina e la neve arriva a duemila metri

Quarantamila ettari tra il Mar Tirreno e le vette più alte della Sicilia dopo l’Etna, quindici comuni, oltre milleseicento specie vegetali in un solo parco, un abete che cresce solo qui e conta appena una trentina di esemplari adulti in tutto il mondo, agrifogli alti quindici metri, la manna dei frassini raccolta ancora a mano come nel Medioevo, borghi medievali con i Gagini nelle chiese e gli stucchi dei Serpotta nei castelli. Il Parco delle Madonie è l’altra Sicilia, quella che stupisce chi pensava di conoscerla.

Il nome Madonie compare per la prima volta nella letteratura latina con Plinio il Vecchio, probabilmente come derivazione dal termine che indica i luoghi alti della montagna. Ma la denominazione entra nell’uso comune soltanto nel XVI secolo, quando le carte geografiche rinascimentali cominciano a distinguere questa catena montuosa dai contigui Nebrodi. I due massicci sono separati dal fiume Pollina a est e dal fiume Imera a ovest, e insieme formano la lunga catena settentrionale siciliana che scende dal Tirreno verso l’interno dell’isola. Le Madonie occupano appena il due percento della superficie della Sicilia. Eppure ospitano più della metà delle specie vegetali dell’intera isola: circa milleseicento entità catalogate su quarantamila ettari, una concentrazione di biodiversità che non ha eguali nel bacino del Mediterraneo. Il parco è stato istituito il 9 novembre 1989 con legge regionale, ed è dal 2004 membro dell’UNESCO Global Geopark Network, riconoscimento che ha trasformato queste montagne in una destinazione di studio e di visita per geologi e naturalisti da tutto il mondo.

La geologia delle Madonie è la chiave per capire tutto il resto: la biodiversità, il paesaggio, i fossili nelle rocce, i fenomeni carsici, i suoli che cambiano carattere nel giro di pochi chilometri. Queste montagne erano fondali marini. Le rocce che si calpestano sulle creste più alte si formarono oltre duecento milioni di anni fa sui fondali di un oceano oggi scomparso, la Tetide, sollevate poi dalla collisione tra la placca africana e quella eurasiatica che costruì il Mediterraneo moderno. Le rocce calcaree e dolomitiche del nucleo centrale, di età triassica, sono le più antiche della Sicilia. A Piano Battaglia, a milleseicento metri di quota, si trovano fossili di coralli e spugne. Nel centro storico di Cefalù la pietra locale, la lumachella, è letteralmente intarsiata di fossili di gasteropodi. Camminare sulle Madonie è camminare su un fondo marino emerso.

La geologia: tre gruppi, un Geoparco UNESCO e i fossili sotto i piedi

Il sistema montuoso delle Madonie si organizza in tre grandi raggruppamenti principali. Il primo, e il più spettacolare, è il massiccio del Carbonara al centro: calcare corallifero grigio e durissimo, con Pizzo Carbonara a 1979 metri, seconda vetta della Sicilia dopo l’Etna, e accanto a lui Pizzo Antenna Grande a 1977 metri, Monte Ferro a 1906 metri, Monte Mufara a 1865 metri e il Monte Quacella a 1869 metri, un massiccio dolomitico con quella forma inconfondibile che i locali riconoscono da lontano. Il secondo raggruppamento, orientato verso sud-est lungo la direttrice Polizzi Generosa-Castelbuono, ha la sua vetta principale in Monte San Salvatore a 1912 metri. Il terzo nucleo, il più occidentale, gravita sull’asse Collesano-Scillato e culmina nel Monte dei Cervi a 1754 metri.

I due massicci principali, quello del Carbonara e quello del Monte Cervi, sono separati da una grande vallata e si ricongiungono a Portella Colla, dove si osserva uno degli affioramenti tettonici più importanti della Sicilia settentrionale. Nelle zone periferiche, la natura argilloso-sabbiosa dà al paesaggio un aspetto completamente diverso: colline dolci e ondulate, profili morbidi, versanti che degradano lentamente verso la fascia costiera. Questa doppia anima, aspra al centro e dolce in periferia, è la prima cosa che colpisce chi attraversa le Madonie percorrendo la strada statale 286 da Cefalù verso Castelbuono e poi sale verso l’interno. La roccia cambia faccia nel giro di pochi tornanti.

Il Geoparco custodisce sette formazioni tipo riconosciute dalla comunità scientifica internazionale e oltre quaranta geositi. Tra i fenomeni carsici più importanti c’è l’Abisso del Vento, raggiungibile da Piano Zucchi: una delle grotte più estese della Sicilia, con le sue stalattiti e stalagmiti e le gallerie che si aprono nel calcare dissolto dall’acqua nel corso di millenni. Le Gole di Tiberio, sul fiume Pollina tra San Mauro Castelverde e Castelbuono, sono un canyon di quattrocento metri di profondità percorribile in gommone d’estate, con le pareti di roccia calcarea che si chiudono sopra la testa lasciando solo una striscia di cielo. L’inghiottitoio della Battaglietta, le doline di Piano Battaglia, le sorgenti che emergono dai versanti del Carbonara: sono le porte di accesso ai mondi sotterranei che la dissoluzione del calcare ha costruito in milioni di anni.

La flora: milleseicento specie, l’abete più raro del mondo e gli agrifogli giganti

La ricchezza botanica delle Madonie non si spiega con un solo fattore, ma con la somma di tutti quelli possibili: la diversità dei substrati geologici, che crea suoli con chimismi completamente diversi a distanza ravvicinata, la varietà altimetrica che va dal livello del mare alle quasi duemila metri del Carbonara, l’esposizione che cambia il microclima da un versante all’altro, e la storia geologica che ha tenuto questo territorio isolato abbastanza a lungo da permettere la speciazione di forme uniche. Il risultato è che in un parco che occupa il due percento della Sicilia si trova più della metà di tutte le specie vegetali dell’isola. Non è un primato secondario: è il primato di biodiversità vegetale più alto dell’intero Mediterraneo per unità di superficie.

La specie simbolo del parco, la sua testimonianza botanica più preziosa e più fragile, è l’Abies nebrodensis, l’abete delle Madonie. Un tempo diffuso su tutte le montagne della Sicilia settentrionale, fu creduto estinto agli inizi del Novecento dopo secoli di sfruttamento del legname per le coperture di palazzi e chiese dei centri madoniti. Poi, nel 1957, un gruppo di botanici scoprì nel Vallone Madonna degli Angeli, nel territorio di Polizzi Generosa, una popolazione superstite di circa trenta esemplari adulti. Quei trenta alberi, sopravvissuti probabilmente grazie all’isolamento e alla difficoltà del pendio sassoso che li rendeva poco accessibili ai taglialegna, sono ancora lì, tra i 1400 e i 1650 metri sul versante settentrionale di Monte Scalone. L’IUCN li classifica come specie in pericolo critico di estinzione. Nel 2000 il Parco ha avviato un progetto LIFE Natura per la conservazione in situ e ex situ: oggi esistono oltre tremila esemplari coltivati in giardini botanici e arboreti, e la popolazione naturale, grazie all’impollinazione controllata e ai programmi di rimboschimento, conta qualche centinaio di individui giovani. Nel 2018 la Società Botanica Italiana ha eletto l’abete delle Madonie pianta simbolo della Sicilia.

Piano Pomo, a millequattrocento metri tra Petralia Sottana e Castelbuono, ospita un fenomeno vegetale unico in Europa: il bosco degli agrifogli giganti. Gli agrifogli, che in tutto il resto del mondo restano arbusti spinosi da sottobosco, qui hanno raggiunto l’altezza di quindici metri e la circonferenza di quattro metri. Sono alberi pluricentenari, con quei tronchi contorti ricoperti di muschio e quella chioma densa e lucida che in inverno si carica di bacche rosse, che si attraversano camminando su un tappeto di foglie aguzze in un silenzio che ha la qualità del raccoglimento. Il sentiero da Piano Sempria è tra i più frequentati del parco, e capisce chi lo percorre perché: passare in mezzo a quegli agrifogli enormi è un’esperienza che ridimensiona. Alle quote più alte, le faggete di Piano Cervi e Piano Battaglia sono tra le più belle della Sicilia: in autunno il foliage trasforma i versanti in un incendio di ocra, arancio e rosso che non ci si aspetta a questa latitudine.

La flora delle Madonie è anche un catalogo di endemismi rari e delicati. La Viola delle Madonie sulle pendici di Pizzo Carbonara, l’Astragalo delle Madonie, il Lino delle Fate Siciliano esclusivo della Quacella, l’Alisso dei Nebrodi, lo Spillone dei Nebrodi, l’Aubrezia Siciliana, la Stellina di Gussone, il Trifoglio di Bivona-Bernardi, il Cardo Niveo, l’Astro di Sorrentino. E sessantacinque specie di orchidee selvatiche endemiche, il cui picco di fioritura va da aprile nelle zone di bassa quota a maggio in montagna: i prati e il sottobosco si riempiono di colori che nessun catalogo riesce a descrivere adequatamente. La primavera sulle Madonie è, per chi ama la botanica, uno dei luoghi di pellegrinaggio più ricchi d’Italia.

La fauna: tutte le specie di mammiferi siciliani, l’aquila reale e il gracchio corallino

Il parco ospita la fauna più completa della Sicilia: tutte le specie di mammiferi presenti nell’isola, circa il settanta percento degli uccelli nidificanti e più della metà degli invertebrati. Tra i mammiferi, martore, volpi, donnole, gatti selvatici, istrici, lepri, conigli selvatici e ricci condividono i boschi con i daini e i cinghiali reintrodotti nel corso degli anni. L’avifauna è il patrimonio faunistico più visibile: l’aquila reale nidifica sui versanti più inaccessibili del Carbonara, il falco pellegrino sulle pareti calcaree, il capovaccaio compare in migrazione e in alcuni anni si ferma a nidificare, il gracchio corallino con il suo becco rosso e il suo grido acuto è il simbolo sonoro delle creste più alte. A quote più basse vivono il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, la cinciallegra, la cinciarella, il merlo, la tordela. Le civette e i barbagianni governano le notti dei borghi. E i grifoni, reintrodotti progressivamente nelle ultime decadi, tornano a solcare in volo planato i canyon calcarei come facevano prima che la caccia e l’avvelenamento li eliminassero.

I boschi delle Madonie sono anche tra i più ricchi d’Italia per la micologia. Il Fungo di Ferula, il Pleurotus eringii nella varietà ferulae che cresce sui resti secchi della ferula, è una delle primizie più cercate dai raccoglitori locali. Ma il gioiello assoluto è il Fungo di Basilisco, il Pleurotus nebrodensis: un fungo bianco carnoso che cresce solo su certi rilievi calcarei delle Madonie, con una presenza così localizzata da renderlo una rarità gastronomica assoluta. La ricotta di basilisco si ottiene coagulando il latte di capra con il lattice del basilisco fresco: una tecnica casearia preistorica, sopravvissuta solo in questi monti.

I quindici comuni: dai borghi medievali alle Petralie, da Cefalù a Gangi

I quindici comuni del parco coprono uno spettro di paesaggi e di storie che nessun altro parco siciliano riesce ad abbracciare. Cefalù, la porta tirrenica del parco, è una delle città più visitate della Sicilia per il suo Duomo normanno patrimonio UNESCO, costruito da Ruggero II nel 1131 e con il mosaico absidale del Cristo Pantocratore tra i più grandi e meglio conservati del Medioevo. Castelbuono, ai piedi delle montagne, è la capitale culturale e gastronomica del parco: il Castello dei Ventimiglia del 1316 con la Cappella Palatina decorata dagli stucchi dei fratelli Serpotta, la Matrice Vecchia, la Matrice Nuova, e poi la manna e il panettone artigianale dei Fiasconaro che ha portato il nome di Castelbuono in tutta Italia.

Le Petralie sono due borghi gemelli separati da pochi chilometri e da qualche centinaio di metri di quota. Petralia Soprana, a 1147 metri, è stata eletta Borgo più Bello d’Italia nel 2018: le strade lastricate, la Chiesa Madre con i capolavori gaginiani, il belvedere sull’Imera e sull’Etna, il silenzio che si gode la mattina presto quando i turisti non sono ancora arrivati. Petralia Sottana, a 1000 metri, è la sede dell’Ente Parco e ospita la Chiesa della Santissima Trinità con uno dei più begli organi barocchi della Sicilia. Polizzi Generosa, porta delle alte vie del parco, custodisce nel Duomo un trittico di scuola fiamminga di rarissima qualità e ha dato il suo nome a uno dei fagioli più particolari d’Italia: il Fagiolo Badda, bianco a macchie nere, ingrediente fondamentale delle zuppe di montagna con finocchietto selvatico e cotenna di maiale.

Gangi, eletto Borgo più Bello d’Italia nel 2014, ha quella forma a tartaruga che si riconosce da lontano: le case che salgono a spirale lungo il colle con la torre medievale in cima, i vicoli talmente stretti che le automobili non passano, la luce che filtra di spigolo in spigolo. Geraci Siculo fu la prima capitale della Contea dei Ventimiglia, la famiglia normanna che governò le Madonie per cinque secoli. Il suo castello, di cui restano le rovine imponenti, domina la vallata del Pollina. Isnello, Gratteri, Collesano, Sclafani Bagni, Caltavuturo, Scillato, Castellana Sicula: ogni borgo è un capitolo a parte, con la sua chiesa, il suo castello o il suo eremo, il suo prodotto gastronomico d’eccellenza. La densità di patrimonio artistico e architettonico di questo territorio, concentrata in borghi di poche centinaia o poche migliaia di abitanti, non smette mai di stupire.

Piano Battaglia, le Gole di Tiberio e le attività nel parco

Piano Battaglia, a 1600 metri tra Polizzi Generosa e Isnello, è l’unica stazione sciistica della Sicilia occidentale: in inverno ci si arriva con i ramponi o con le ciaspole, e nei anni di neve abbondante gli impianti permettono lo sci di fondo su un paesaggio lunare tra doline carsiche e faggete. Da Piano Battaglia parte il sentiero per Pizzo Carbonara, circa quattro ore di cammino su terreno di media difficoltà, con la ricompensa finale del panorama che nelle giornate limpide abbraccia l’Etna, le Eolie, il Tirreno e le coste africane. Il Laghetto della Mandria del Conte, vicino a Piano Battaglia, è uno specchio d’acqua immobile che riflette il Carbonara e il Quacella in modo così preciso che sembra un dipinto. Piano Cervi, a 1300 metri, è considerato da molti il sentiero più bello del parco: una larga vallata che un tempo ospitava un lago, oggi prato d’alpeggio con i pagliai dei pastori e il profumo del fieno.

Le Gole di Tiberio sul fiume Pollina sono l’escursione acquatica più entusiasmante del parco. In estate il livello dell’acqua permette di percorrere il canyon in gommone, con le pareti calcaree che si alzano di quattrocento metri sopra la testa e la luce che si riduce a una striscia. Si parte dal ponte di San Mauro Castelverde e si risale controcorrente con brevi portage nelle stretture più difficili: un paio d’ore di avventura assoluta. Il fiume Pollina, al di fuori del canyon, offre anche tratti ideali per il nuoto in pozze d’acqua cristallina tra le rocce. E per chi preferisce stare in quota, il parco ha una rete di sentieri segnalati, ippovie, percorsi di mountain bike e punti attrezzati per il birdwatching distribuiti su tutto il territorio.

La gastronomia: la manna, il fagiolo badda, lo sfoglio e la provola

La cucina delle Madonie è una cucina di montagna che non dimentica mai di essere siciliana. I prodotti del territorio sono il suo vocabolario, e quel vocabolario è tra i più ricchi d’Italia. La manna, la linfa zuccherina estratta dai frassini a Castelbuono e a Pollina con una tecnica tramandata da padre in figlio, è il prodotto più unico: non si produce da nessun’altra parte al mondo con le stesse caratteristiche qualitative. I mannaroli, i raccoglitori di manna, incidono la corteccia in agosto e raccolgono ogni mattina i cannoli e i rottami di linfa solidificata. Con la manna si fanno la granita, il torrone, il panettone artigianale di Fiasconaro che ha conquistato i mercati internazionali.

Il Fagiolo Badda di Polizzi Generosa, bianco a chiazze nere, è uno dei legumi più antichi e più particolari della Sicilia: nelle zuppe con finocchietto selvatico e cotenna di maiale diventa uno di quei piatti che ti restano in memoria. Le nocciole di Polizzi entrano nei dolci e nei condimenti. Il sale di Petralia Soprana, estratto dalla salina medievale, insaporisce i formaggi del territorio: la provola delle Madonie, il caciocavallo, il canistratu, il canestrato di latte vaccino misto a pecorino prodotto nei canestri di giunco. Lo sfoglio, il dolce più antico delle Madonie, risale almeno al XV secolo: una sfoglia di pasta fritta ripiena di tuma, il formaggio fresco di pecora ancora tiepido, con lo zucchero sopra. La Testa di Turco di Castelbuono è un cannolo gigante nel piatto, con la crema di ricotta e il guscio croccante. L’arancio biondo di Isnello, l’albicocca di Scillato, l’olio di Petralia Sottana, i funghi di basilisco, il miele di ape nera siciliana: ogni comune porta nel piatto un pezzo del paesaggio che lo circonda.

✦ COME ARRIVARE E COSA SAPERE
Come arrivare: dall’autostrada A20 Palermo-Messina, uscita Cefalù per il versante tirrenico. Dall’A19 Palermo-Catania, uscita Scillato o Tremonzelli per il versante meridionale. Da Palermo, SS 286 verso Castelbuono (circa 90 km).
Sede dell’Ente Parco: Palazzo Sgadari, Corso Paolo Agliata 16, Petralia Sottana. Tel. 0921 680084. Sito: www.parcodellemadonie.it.
Piano Battaglia (sci di fondo e ciaspolate): accesso dalla SP 54 da Polizzi Generosa o dalla SP 119.
Abies nebrodensis (Vallone Madonna degli Angeli): SP 119 da Polizzi Generosa, km 8.3, cancello con strada sterrata. Accesso a piedi, ingresso gratuito.
Agrifogli Giganti di Piano Pomo: sentiero da Piano Sempria (Castelbuono), circa 2 ore andata e ritorno, difficoltà bassa.
Gole di Tiberio: escursioni in gommone organizzate da San Mauro Castelverde (estate). Contatti presso il comune o le associazioni locali.
Periodo migliore: aprile-maggio per le orchidee e le fioriture; giugno-settembre per le escursioni in quota; ottobre-novembre per il foliage e i funghi; dicembre-febbraio per la neve e le ciaspolate.

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