Il gasolio a Modica costa 2,119 euro al litro, in self. Il paniere Istat dice altro. I pensionati guardano e non capiscono.
Ci sono mattine in cui ti fermi a un distributore di carburante, guardi il cartello dei prezzi e pensi che i numeri che hai letto ieri sui giornali non tornano. Questo è successo qui a Modica, oggi primo di aprile, eppure non è un pesce di aprile. No, questa è la realtà di queste ultime settimane e nelle prossime sarà peggio? Gasolio self service: 2,119 euro al litro. All’inizio di marzo, prima del decreto sulle accise, quel prezzo era 1,709 euro. Vuol dire che nel giro di un mese il gasolio è salito di circa 41 centesimi al litro, un aumento di quasi il 24 per cento. Nello stesso periodo l’Istat ha comunicato che l’inflazione provvisoria di marzo 2026 è salita all’1,7 per cento dall’1,5 per cento di febbraio. Cresciuta dello 0,2 per cento. Qualcosa, in questa storia, non torna.
Non è un’impressione soggettiva, non è nostalgia per i prezzi di quando eravamo giovani. È un problema concreto che riguarda milioni di italiani, soprattutto quelli che di margini non ne hanno: i pensionati con assegni sotto i 1.500 euro, che con quei soldi devono pagare l’affitto, le bollette, le tasse dell’auto, la spesa. Queste persone guardano la perequazione automatica come chi guarda arrivare la pioggia dopo una siccità: sperando che basti. E quasi mai basta. Anche perchè il 23% della perequazione se la mangia lo Stato alla fonte direttamente con l’Irpef.
I dati di marzo 2026: cosa dice davvero l’Istat
Partiamo dai fatti. Le stime preliminari dell’Istat per marzo 2026 certificano un’inflazione dell’1,7 per cento su base annua, in aumento rispetto all’1,5 per cento di febbraio. L’indice FOI, quello che serve per calcolare la rivalutazione delle pensioni, segna anch’esso un +1,7 per cento su base annua. Nello stesso mese, l’inflazione nell’area euro è balzata al 2,5 per cento, con un’accelerazione dall’1,9 per cento di febbraio: il dato più alto da gennaio 2025, trascinato dal forte rincaro dei prezzi energetici, saliti del 4,9 per cento su base annua, sospinti dalle tensioni geopolitiche legate al conflitto in Iran.
Secondo le proiezioni della Banca Centrale Europea, i prezzi dell’energia nell’Eurozona potrebbero raggiungere un picco nel secondo trimestre del 2026, con il Brent già salito di oltre il 50 per cento dall’escalation del conflitto di fine febbraio, e il gas naturale in forte risalita. In questo contesto, l’Italia registra un’inflazione inferiore di quasi un punto rispetto alla media europea. Un risultato che, prima di essere celebrato, merita una domanda: è davvero merito di una economia che tiene i prezzi sotto controllo, o c’è qualcosa nel modo in cui misuriamo l’inflazione che non rispecchia la vita reale di chi fa la spesa?
| I NUMERI A CONFRONTO — MARZO 2026 → Inflazione Istat (NIC) Italia marzo 2026: +1,7% annuo (stime preliminari)→ Inflazione FOI (base perequazione pensioni) marzo 2026: +1,7% annuo→ Inflazione media Eurozona marzo 2026: +2,5% annuo→ Prezzi energetici Eurozona: +4,9% annuo→ Gasolio self a Modica inizio marzo 2026: 1,709 euro/litro→ Gasolio self a Modica aprile 2026: 2,119 euro/litro→ Variazione gasolio in un mese: +0,41 euro, circa +24%→ Perequazione pensioni 2026 (su inflazione 2025): +1,4%→ Perequazione pensioni 2025 (su inflazione 2024): +0,8% |
Il problema del paniere: chi compra gli elettrodomestici ogni anno?
Per capire perché l’inflazione misurata dall’Istat possa sembrare lontana dall’esperienza quotidiana, bisogna capire come funziona il paniere. L’Istat costruisce l’indice dei prezzi al consumo monitorando un “paniere” di oltre 1.600 prodotti e servizi, ponderati in base al peso che ciascuna voce ha nella spesa media delle famiglie italiane. Il problema è che quella media è, appunto, una media: include famiglie con redditi alti e famiglie con redditi bassi, giovani che comprano smartphone e pensionati che spendono quasi tutto in cibo e bollette.
Nella composizione del paniere entrano voci come i computer, i televisori, le automobili nuove, i viaggi aerei, i servizi di streaming. Molti di questi prodotti, grazie all’innovazione tecnologica, calano di prezzo nel tempo. E il loro calo tende a compensare, almeno statisticamente, i rincari di ciò che invece sale ogni mese: gli alimentari freschi, il carburante, i servizi alla persona, le bollette. Per un pensionato con 1.200 euro al mese che non compra un televisore nuovo da dieci anni, queste compensazioni statistiche non significano nulla. Lui vive il rincaro del pane, dell’olio, del gasolio per riscaldarsi o per portare la moglie dal medico. E non vede nessun calo dei prezzi nel suo quotidiano.
Non è un caso se lo stesso Istat, nei suoi rapporti trimestrali, ha riconosciuto che nel primo trimestre del 2025 i prezzi al consumo hanno colpito in misura maggiore le famiglie con minore capacità di spesa. Le famiglie con i redditi più bassi hanno subito un’inflazione più alta rispetto a quelle con redditi più alti: i consumi che pesano di più nel bilancio dei poveri, cibo ed energia, crescono più in fretta di quelli che pesano nel bilancio dei ricchi.
Il FOI e le pensioni: un meccanismo che scivola sempre indietro
La perequazione automatica delle pensioni in Italia è calcolata sulla base dell’indice FOI, l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi. È un indice “satellite” rispetto al principale indice NIC, calcolato su un paniere più limitato. Il meccanismo prevede che ogni anno, con decreto del Ministero dell’Economia, venga stabilita la percentuale di rivalutazione delle pensioni per l’anno successivo, basandosi sull’inflazione media dell’anno precedente.
Il risultato è un sistema che arriva sempre in ritardo di un anno. Le pensioni del 2025 sono state rivalutate dello 0,8 per cento, calcolato sull’inflazione media del 2024. Le pensioni del 2026 sono state rivalutate dell’1,4 per cento, calcolato sull’inflazione media del 2025. Nel frattempo, i prezzi continuano a salire in tempo reale. Un pensionato non può aspettare che il decreto ministeriale recuperi il terreno perduto: lui paga il gasolio oggi, paga le arance oggi, paga il gas oggi. E l’aumento dello 0,8 o dell’1,4 per cento che vede in busta paga, su una pensione di 1.100 euro, si traduce in 8 o 15 euro al mese. Pochi spiccioli di fronte a rincari che toccano decine di centesimi al litro di carburante ogni mese.
Per essere precisi: su una pensione da 1.000 euro, il +1,4% del 2026 vale 14 euro al mese lordi. Su una pensione da 1.500 euro, vale 21 euro. Con il gasolio che è salito di 41 centesimi al litro in un mese, quei 21 euro svaniscono in meno di due pieni di una piccola utilitaria.
E va ricordato che questo meccanismo di rivalutazione non è neppure integrale: si applica al 100 per cento solo per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps. Per gli assegni più alti la percentuale si riduce progressivamente. Un sistema pensato per essere “sostenibile” per le casse dello Stato, ma che ogni anno erode silenziosamente il potere d’acquisto di chi vive di pensione.
Il gasolio a 2,119 euro: il decreto accise non si vede
Il governo ha varato nelle scorse settimane un provvedimento di taglio delle accise sui carburanti, presentato come misura di sostegno per le famiglie e le imprese di fronte al rincaro energetico legato al conflitto in Iran. L’intenzione è comprensibile e in linea con quanto fatto dai precedenti governi nelle fasi di picco dei prezzi del carburante. Il problema è che, alla pompa, quel taglio spesso non si vede, o si vede pochissimo.
Quando il prezzo del greggio sale in modo così rapido e deciso, il taglio delle accise tende a essere assorbito dalla filiera distributiva prima ancora di arrivare al consumatore finale. Il prezzo industriale del carburante sale, il margine lordo dei distributori rimane o si amplia, e l’automobilista al self service vede il contatore girare comunque a cifre che non aveva mai visto. A Modica, come in tanti altri comuni della Sicilia e d’Italia, il gasolio self è a 2,119 euro. Chi fa rifornimento con 50 euro porta a casa meno di 24 litri.
Per un lavoratore autonomo, un artigiano, un agricoltore che usa il gasolio come strumento di lavoro, questo non è un fastidio marginale: è un costo che entra direttamente nel prezzo dei servizi o dei prodotti, e che prima o poi si scarica su tutti. Per un pensionato che usa l’auto per andare dal medico o fare la spesa settimanale, è semplicemente una perdita secca di potere d’acquisto che nessuna perequazione è in grado di compensare in tempo reale.
Italia più virtuosa dell’Europa? O semplicemente più povera?
C’è un argomento che merita di essere detto chiaramente. Quando l’inflazione italiana risulta sistematicamente più bassa di quella media europea, ci sono due spiegazioni possibili. La prima è che l’Italia abbia un sistema produttivo e distributivo particolarmente efficiente, capace di assorbire gli shock dei prezzi senza scaricarli sui consumatori. La seconda è che la domanda interna italiana sia talmente compressa, tra salari fermi, pensioni quasi immobili e consumi privati stagnanti, da non riuscire nemmeno a trainare l’inflazione. In altri termini: non è che i prezzi non salgano, è che gli italiani non hanno abbastanza soldi per comprare, e questo tende a frenare anche la crescita dei prezzi.
Non è una tesi comoda per nessuno, ma i dati sui consumi la sostengono. L’Italia è uno dei paesi europei con la crescita dei salari reali più bassa degli ultimi vent’anni. Una ricerca del 2025 indicava che i salari italiani in termini reali erano scesi di quasi il 7 per cento rispetto al 2019, un record al ribasso in Europa. Se le famiglie spendono meno, i commercianti alzano i prezzi con più cautela. Ma i costi fissi, quelli dell’energia, del carburante, delle materie prime importate, salgono lo stesso, perché dipendono dai mercati internazionali e non dalla domanda italiana. Il risultato è una forbice che si allarga: i costi salgono, i redditi no, e l’inflazione ufficiale resta bassa perché la gente non ce la fa ad acquistare.
Una questione di equità, non solo di statistica
Il problema dell’inflazione non è tecnico: è politico e sociale. È la questione di come si distribuisce il peso del rincaro nella società. Oggi quel peso cade in modo sproporzionato su chi ha meno margini: i pensionati con assegni medio-bassi, i lavoratori dipendenti con salari fermi, le famiglie monoreddito. Sono queste le persone che comprano più cibo, usano più carburante in proporzione al proprio reddito, pagano le bollette senza la possibilità di passare a tariffe migliori o installare pannelli solari.
L’indice FOI su cui si calcola la perequazione delle pensioni è uno strumento costruito decenni fa, in una struttura dei consumi che non esiste più. Andrebbero costruiti indici specifici per i pensionati, soprattutto per quelli deboli, che pesino in modo diverso le voci di spesa reali di chi vive di pensione: alimentari, energia, trasporti, farmaci. La differenza tra l’inflazione “percepita” da un pensionato e quella certificata dall’Istat non è un’impressione soggettiva: è il segno di uno strumento di misura che non fotografa la realtà di una parte importante della popolazione italiana.
Intanto, al distributore di Modica, il gasolio è a 2,119 euro. E il pensionato con 1.200 euro al mese fa i conti su un foglio di carta, come ha sempre fatto. Sperando che il mese abbia abbastanza giorni e la pensione abbastanza euro.
Pubblicato da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano · Tour Leader · Fotografo di viaggi
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