Cinquantanovemila ettari attorno al vulcano attivo più alto d’Europa e al tempo stesso Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Un territorio dove la lava e il vino, il deserto lunare e i boschi di faggio, i crateri fumanti e le vigne ad alberello convivono sullo stesso fianco di montagna. Il Parco dell’Etna è una contraddizione meravigliosa: distrugge e genera, brucia e nutre, spaventa e affascina. E i siciliani che ci vivono attorno lo chiamano semplicemente a Muntagna, la Montagna, come se non ne esistesse un’altra al mondo.
C’è un modo sicuro per capire l’Etna: salirci quando è attivo. Vederlo da vicino, sentire l’odore dello zolfo, guardare i pennacchi di fumo che salgono dai crateri sommitali, sentire sotto i piedi la pietra ancora tiepida di colate recenti. Solo allora si capisce perché i ventiquattromila anni di storia eruttiva documentata di questo vulcano non hanno mai convinto gli uomini ad allontanarsi. Al contrario: le pendici dell’Etna sono tra le zone più densamente abitate della Sicilia. Perché il vulcano spaventa, certo, ma poi fertilizza. La lava si trasforma in suolo in pochi secoli, e quel suolo vulcanico, ricco di minerali, produce frutti che nessun altro terreno al mondo produce uguali.
Il Parco dell’Etna fu istituito il 17 marzo 1987 con decreto del Presidente della Regione Siciliana Rino Nicolosi: fu il primo parco naturale regionale istituito in Sicilia, anticipando di sei anni il Parco dei Nebrodi. I suoi cinquantanovemila ettari circondano il vulcano su tutti i versanti, dall’alto della zona sommitale fino alle falde dove le colture prendono il sopravvento sulla pietra. Venti comuni, circa duecentocinquantamila abitanti, una delle aree protette più popolate d’Italia. E nel 2013, il riconoscimento definitivo: l’UNESCO iscrive il Monte Etna nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, per la sua eccezionale importanza geologica e scientifica.

La geologia: un vulcano che cambia forma
L’Etna non è un vulcano qualsiasi. È il vulcano basaltico composito più grande d’Europa, un edificio vulcanico che si estende su una superficie di circa milleduecentosessanta chilometri quadrati con un perimetro di quasi duecentocinquanta chilometri. La sua altezza non è mai la stessa: ogni eruzione che deposita materiale ai crateri sommitali la modifica di qualche metro. Oggi supera i tremila e trecento metri, ma nel 1865 era stata misurata a tremilaseicentosei, la quota più alta mai registrata: un vulcano che cresce e si consuma, sempre in movimento.
Le origini dell’Etna risalgono a circa cinquecentomila anni fa, quando eruzioni sottomarine cominciarono a costruire l’edificio vulcanico nel basso mar Ionio. Poi, nel corso di centinaia di migliaia di anni, il vulcano emerse e continuò a crescere, cambiando forma più volte. L’Etna attuale, quello che vediamo oggi, ha probabilmente tra i trentamila e i sessantamila anni di età nel suo assetto definitivo. Ma il vulcano che conoscono i siciliani di oggi, con i suoi quattro crateri sommitali principali, il Cratere Centrale, il Cratere di Nord-Est, la Bocca Nuova e il Cratere di Sud-Est, ha una forma che cambia a ogni eruzione significativa.
La Valle del Bove è la struttura geologica più spettacolare del versante orientale: una depressione a forma di ferro di cavallo larga cinque chilometri e profonda quasi mille metri, formata dal crollo di antichi edifici vulcanici nel corso di centinaia di migliaia di anni. Le pareti verticali della Valle del Bove espongono strati su strati di colate laviche di epoche diverse, un libro di geologia aperto sulla storia del vulcano. Molte delle grandi eruzioni storiche si sono incanalate lungo la Valle del Bove prima di scendere verso le zone abitate.

Le quattro zone del parco
Per gestire un territorio così complesso, abitato e insieme selvatico, il Parco dell’Etna è stato diviso in quattro zone con gradi di protezione decrescenti, dal cuore incontaminato del vulcano alle sue falde più antropizzate.
La Zona A, di riserva integrale, copre circa diciannovemila ettari e comprende la sommità del vulcano, i crateri attivi, le colate laviche recenti ancora prive di vegetazione e le aree di massima naturalità. In questa zona non esistono insediamenti umani, e l’obiettivo del parco è lasciare fare alla natura il suo corso, senza interventi, lasciando che i processi geologici si compiano liberamente. È il cuore selvaggio del vulcano, quello che gli vulcanologi percorrono per studiarlo e che i turisti raggiungono con le guide accompagnatrici.
La Zona B, di ventiseimila ettari, è quella del mosaico agricolo e naturale: boschi di pino laricio, cerro e roverella alternati ad appezzamenti privati con vigneti, frutteti, palmenti e case padronali. Qui l’uomo e la natura convivono da secoli in un equilibrio che il parco vuole preservare. Le attività agricole tradizionali sono consentite e incoraggiate, perché sono parte del paesaggio culturale del vulcano tanto quanto i boschi.
La Zona C, di quattordicimila ettari circa, è quella di pre-parco, alle quote più basse, fortemente antropizzata: è qui che si trovano i centri abitati, le strutture ricettive, gli impianti di risalita, i parcheggi. Il paesaggio è quello delle colture intensive, ulivi e mandorli a ovest, noccioli e castagni a est. La Zona D, infine, è quella di protezione esterna, il confine tra il parco e il mondo circostante.
La vegetazione: cinque piani, dall’oliveto al deserto lunare
Quello che rende il Parco dell’Etna botanicamente straordinario è la successione verticale delle fasce di vegetazione: salendo dalla base alla sommità si attraversano in pochi chilometri ambienti così diversi da sembrare latitudini diverse. Un viaggio botanico che in Europa non ha equivalenti per compressione e varietà.
Alle quote più basse, tra i trecento e i seicento metri, è il regno mediterraneo: l’ulivo, il mandorlo, il carrubo, il leccio. Poi i vigneti, i noccioleti, i frutteti terrazzati, l’agricoltura storica che ha modellato il paesaggio per secoli. Tra i seicento e i mille metri cominciano i boschi di querce, il cerro, la roverella, il castagno, e con loro i pistacchi a ovest e le ciliegie a nord-est. Il Castagno dei Cento Cavalli, nel comune di Sant’Alfio, è l’esemplare più vecchio e celebre: tremila anni o forse più, il tronco monumentale che la leggenda vuole abbastanza grande da ospitare una regina con il suo seguito equestre durante un temporale.
Tra i mille e i duemila metri è il piano dei boschi di conifere: il pino laricio, che sull’Etna trova una delle sue stazioni più importanti d’Europa, con esemplari monumentali che raggiungono i trenta metri di altezza. Il pino laricio dell’Etna ha una storia di sfruttamento secolare, i suoi tronchi diritti e resistenti erano il legname preferito per costruire i vascelli della Marina borbonica, e i boschi furono quasi del tutto abbattuti tra il Settecento e l’Ottocento. Quello che vediamo oggi è in gran parte il risultato dei rimboschimenti del Novecento, ma con esemplari antichi sparsi qui e là che ricordano com’erano questi boschi prima del taglio.
Tra i duemila e i duemilaquattrocento metri la vegetazione si fa più rada e più specializzata. Il faggio, qui al limite meridionale della sua distribuzione europea, forma boschetti aperti e luminosi. La betulla dell’Etna, Betula aetnensis, è una specie endemica unica al mondo: piccola, resistente, con quella corteccia bianca che risalta nel paesaggio scuro della lava. Sopravvive qui come relitta di epoche glaciali, quando il clima era diverso e le betulle scendevano a quote molto più basse. La ginestra dell’Etna, Genista aetnensis, è invece la specie che colonizza per prima le colate laviche fresche: quando il vulcano finisce di bruciare, lei arriva, e con il suo giallo intenso colora i campi di lava come una dichiarazione di vita.
Sopra i duemilaquattrocento metri comincia il deserto lunare. La vegetazione si riduce a pochi arbusti pionieri: lo spino santo, Astragalus siculus, pianta endemica della Sicilia che forma cuscinetti compatti e spinosi capaci di sopravvivere sulle lave a quasi tremila metri. La Saponaria sicula, la Viola aethnensis, il Cerastio dell’Etna. Poi niente, solo lava nera, cenere grigia e il cielo.
La fauna: l’aquila sull’Etna e il lago Gurrida
Rispetto ai Nebrodi, la fauna dell’Etna ha sofferto di più dalla pressione umana: la vicinanza con Catania e con una delle zone più densamente abitate della Sicilia ha ridotto gli spazi per i grandi mammiferi, che nei secoli scorsi erano abbondanti. Lupi, cinghiali, daini e caprioli sono scomparsi. Restano l’istrice, la volpe, il gatto selvatico, la martora, il coniglio selvatico, la lepre, la donnola, il riccio, il ghiro e il quercino.
L’avifauna è più ricca e più visibile. Tra i rapaci diurni: lo sparviero, la poiana, il gheppio, il falco pellegrino e, presenza straordinaria per un vulcano così antropizzato, l’aquila reale. Tra i rapaci notturni: il barbagianni, l’assiolo, l’allocco, il gufo comune. Nelle zone boscose la ghiandaia, il colombo selvatico, la coturnice siciliana, il picchio, una miriade di uccelli canori. E poi c’è il Lago Gurrida, nel comune di Randazzo sul versante nord-occidentale: l’unica distesa d’acqua dell’area montana etnea, un lago di origine vulcanica poco profondo che in certi periodi quasi si asciuga e in altri si allarga. Aironi cenerini, anatre selvatiche, cavalieri d’Italia, albanelle: è uno dei punti di osservazione ornitologica più ricchi del vulcano.
I 20 comuni: un vulcano abitato
Quello che distingue il Parco dell’Etna da quasi tutti gli altri parchi italiani è questa convivenza densa, millenaria, tra il vulcano e i suoi abitanti. I venti comuni del parco non sono paesi ai margini di un’area protetta: sono dentro il parco, con le loro piazze, le loro chiese, i loro mercati, la loro vita quotidiana che si svolge su suoli di lava a volte rimaneggiati da eruzioni che i nonni ricordano ancora.
I 20 COMUNI DEL PARCO DELL’ETNA
Versante sud e sud-ovest:
Nicolosi — Belpasso — Ragalna — Santa Maria di Licodia — Biancavilla — Adrano
Versante ovest e nord-ovest:
Bronte — Maletto — Randazzo
Versante nord e nord-est:
Castiglione di Sicilia — Linguaglossa — Piedimonte Etneo
Versante est e sud-est:
Mascali — Giarre — Milo — Sant’Alfio — Zafferana Etnea — Viagrande — Trecastagni — Pedara
Sede dell’Ente Parco: Nicolosi (CT), presso l’antico monastero di San Nicolò l’Arena.
Ogni comune ha la sua specificità, il suo prodotto, il suo angolo di vulcano. Nicolosi è il punto di accesso più comodo al versante sud, con l’antico monastero di San Nicolò l’Arena che ospita la sede del parco. Linguaglossa, sul versante nord, è la porta per le escursioni ai crateri da Pianoro Provenzana e per le piste da sci invernali. Zafferana Etnea è nota per i suoi mieli e per la sua posizione panoramica sul versante est. Bronte è la capitale mondiale del pistacchio, quella varietà verde e oleosa che ha conquistato i mercati gastronomici internazionali. Randazzo è il borgo medievale meglio conservato del versante nord, costruito con la pietra lavica nera e quasi intatto grazie alla sua posizione che le colate storiche hanno sempre risparmiato. Castiglione di Sicilia è arroccato su una rupe con vista su tutta la valle dell’Alcantara e produce vini Etna DOC tra i più ricercati dell’isola. Milo, Sant’Alfio, Piedimonte Etneo sono il regno delle ciliegie rosse dell’Etna, delle nocciole, dei noccioleti che in settembre diventano oro.
Il paesaggio agricolo: i terrazzamenti, i palmenti, le vigne ad alberello
Uno degli aspetti meno raccontati del Parco dell’Etna è il suo paesaggio culturale: quello che generazioni di contadini etnei hanno costruito nel corso dei secoli lavorando su un territorio ostile e trasformandolo in uno dei più belli e produttivi della Sicilia. I terrazzamenti sono l’opera più visibile: muretti a secco di pietra lavica che seguono le curve di livello del vulcano, creando gradoni stretti e fertili dove la terra sarebbe altrimenti troppo ripida per coltivare. Sono opera di secoli di fatica, e ogni terrazamento è un piccolo capolavoro di ingegneria contadina.
I palmenti sono un’altra traccia profonda della civiltà del vino sull’Etna: costruzioni rurali in pietra lavica, a volte seminterrate, dove le uve venivano portate dopo la vendemmia e pigiate con i piedi su vasche inclinate. Il mosto scorreva per gravità nelle cisterne sottostanti, dove fermentava. Molti palmenti sono ancora lì, sparsi nelle campagne del parco, alcuni restaurati e riconvertiti in cantine moderne, altri abbandonati e consumati dal tempo, bellissimi nel loro decadimento. La Strada del Vino dell’Etna collega i produttori del parco in un percorso che attraversa quasi tutti e venti i comuni, tra vecchie cantine e nuove aziende che hanno riportato in vita varietà autoctone quasi dimenticate.
Le vigne ad alberello sono il simbolo più amato e più discusso del paesaggio etneo. Viti vecchie, alcune di cento e più anni, non innestate su radici americane perché la lava vulcanica non ospita la fillossera che nel resto d’Europa ha distrutto le vigne nell’Ottocento. Ogni pianta è un individuo, con la sua forma contorta, le sue radici affondate nella pietra, il suo piccolo grappolo di Nerello Mascalese o di Carricante che a settembre è pronto per la vendemmia. Questi vigneti, a quote tra gli ottocento e i mille metri, producono vini che i critici internazionali hanno cominciato a paragonare alla Borgogna per la loro complessità e la loro capacità di invecchiamento.
A tavola: dall’arancino alla granita, dal Nerello al pistacchio di Bronte
Mangiare nel territorio del Parco dell’Etna è un’esperienza che merita un articolo a parte, ma qualche punto fermo va stabilito. Il prodotto più iconico è il pistacchio di Bronte, verde brillante, oleoso, profumato, così diverso dai pistacchi che si trovano in giro da sembrare quasi un’altra specie. Presidio Slow Food, materia prima di pasticcerie e cucine da tutto il mondo, è la base del pesto di pistacchio, dei dolci, dei gelati, delle creme spalmabili che i negozi di Bronte vendono a chiunque passi. La sagra del pistacchio di Bronte, ogni anno a settembre e ottobre in anni alterni, è uno degli eventi gastronomici più frequentati della Sicilia orientale.
Le ciliegie rosse dell’Etna, coltivate soprattutto nei comuni del versante nord-est, Milo, Sant’Alfio, Mascali, Giarre, sono un altro Presidio Slow Food: più piccole di quelle dei supermercati, più saporite, con quella dolcezza concentrata che viene dall’altitudine e dal terreno vulcanico. Le fragole di Maletto, sul versante nord-ovest, sono invece famose per la loro dolcezza insolita, il risultato di un microclima particolare e di una tradizione colturale che risale ai Normanni. Le mele Cola e Gelata, le pere, le pesche tabacchiere: ogni angolo del vulcano ha il suo frutto, e ogni frutto sa di quello specifico suolo.
Per i piatti, la cucina etnea è quella robusta e diretta della tradizione catanese: la pasta alla Norma con le melanzane fritte, pomodoro, basilico e ricotta salata stagionata è il capostipite, uno dei piatti più equilibrati della cucina siciliana. La salsiccia alla brace con il finocchietto selvatico è il piatto dei picnic e delle feste all’aperto. Il coniglio all’agrodolce, con le olive, i capperi e l’aceto, è la carne di terra per eccellenza. E poi i dolci: i cannoli con la ricotta vaccina fresca, i dolci di pistacchio, la granita di mandorla con la brioche morbida.
Il vino è il capitolo più importante. L’Etna DOC, ottenuta nel 1968, è oggi una delle denominazioni più discusse e celebrate del panorama enologico italiano. I rossi da Nerello Mascalese, con quella loro mineralità vulcanica, quella freschezza inaspettata e quella eleganza affilata, sono stati paragonati dai critici più generosi al Pinot Nero di Borgogna. I bianchi da Carricante, soprattutto quelli del versante est da Milo, hanno una sapidità e una tensione acida che li rendono tra i bianchi più longevi del Sud Italia. Negli ultimi vent’anni il numero di produttori di qualità sull’Etna è cresciuto enormemente, con nomi che hanno cominciato ad apparire sulle carte dei ristoranti migliori d’Europa.
I sentieri, la Circumetnea e come muoversi
Il Parco dell’Etna ha una rete di Sentieri Natura ben segnalata, con itinerari di diversa lunghezza e difficoltà che partono da quasi tutti i comuni del parco. I sentieri più frequentati partono da Nicolosi verso il versante sud, da Linguaglossa verso il versante nord, da Zafferana Etnea verso la Valle del Bove. La salita ai crateri sommitali, oltre i tremila metri, si può fare a piedi con guide vulcanologiche autorizzate, oppure prendendo la funivia da Nicolosi fino a quota duemilaquattrocento e proseguendo con i fuoristrada del parco fino a quota tremiladuecento.
La Ferrovia Circumetnea è invece il modo più suggestivo e lento per conoscere il parco nella sua interezza: parte da Riposto sulla costa ionica, gira attorno al vulcano passando per tutti i comuni del versante nord e ovest, e arriva a Catania Borgo dopo un percorso di circa centoventidue chilometri che può richiedere quasi tre ore. È un trenino storico, non veloce, non puntualissimo, con vagoni che ogni tanto sembrano usciti dagli anni Sessanta: esattamente il tipo di trasporto che si adatta a un territorio che va guardato lentamente, senza fretta.
✦ COME ARRIVARE E QUANDO ANDARCI
Aeroporto di riferimento: Catania Fontanarossa, il più vicino per il versante sud e est. Per il versante nord, anche Palermo Falcone-Borsellino.
Sede Ente Parco: Monastero di San Nicolò l’Arena, Via Etnea 107, Nicolosi (CT). Tel. 095 821111.
Sito ufficiale: parcoetna.it
Funivia dell’Etna: parte da Nicolosi (versante sud) fino a 2400 m. Per la vetta servono guide autorizzate.
Circumetnea: parte da Riposto, gira il vulcano, arriva a Catania Borgo. Info su circumetnea.it.
Stagione migliore: primavera (maggio-giugno) per la fioritura della ginestra e le escursioni; autunno per la vendemmia e i colori; inverno per la neve con il mare sullo sfondo.
Attenzione: in caso di eruzione le zone di accesso cambiano rapidamente. Verificare sempre l’agibilità con l’Ente Parco prima di salire.