La cronaca recente ci restituisce l’immagine di un Paese capovolto. Sembrava che la dolorosa lezione del caso Tortora avesse insegnato qualcosa, e invece ci ritroviamo ancora una volta a fare i conti con una giustizia che sembra aver smarrito la sua bussola. Dal caso Sgarbi ai paradossi sulle espulsioni, fino alle inchieste contro le Forze dell’Ordine, il filo conduttore appare chiaro: una certa magistratura politicizzata e un sistema mediatico che, invece di informare, emette sentenze preventive.
Il ritorno della gogna: il caso Sgarbi
Credevamo di aver superato i tempi bui in cui l’avviso di garanzia equivaleva a una condanna, ma il trattamento riservato a Vittorio Sgarbi dimostra il contrario. Una persona perbene, un uomo di cultura prestato alle istituzioni, è stato costretto alle dimissioni e spinto verso la depressione da un accerchiamento mediatico-giudiziario asfissiante. Non è giustizia, è una gogna costruita ad arte per colpire l’avversario politico, utilizzando le inchieste come arma contundente per estromettere chi è scomodo. Oggi Sgarbi è stato assolto da ogni accusa ma nessuno pagherà per il danno d’immagine, economico e di salute provocato.
Il mondo al contrario: criminali tutelati e Stato condannato
Mentre si perseguitano figure istituzionali, assistiamo all’assurdo giuridico sul fronte della sicurezza. Un giudice ha recentemente contestato l’espulsione disposta dal Viminale per un cittadino algerino: un clandestino con alle spalle ben 20 condanne per reati vari. Secondo questa interpretazione — che appare dettata più da orientamenti ideologici di sinistra che dal buon senso — questo individuo non può essere trattenuto in un Cpr né allontanato dall’Italia.
Il colmo? Lo Stato è stato condannato a risarcirlo. Siamo di fronte a una magistratura che sembra preoccuparsi più di garantire la permanenza di chi delinque che di tutelare la sicurezza dei cittadini onesti. La domanda sorge spontanea: se questi giudici tengono così tanto a certi personaggi, perché non se ne fanno carico personalmente? Magari portandoseli a casa loro.
L’urgenza del “Sì” alla riforma
Davanti a questo scenario, l’indignazione non basta più. È evidente che il sistema attuale è malato e ostaggio di correnti politicizzate. E’ vero che la riforma della giustizia non riguarda questo tipo di decisioni giudiziali, ma sarebbe comunque un segnale forte, perchè la vittoria del Si darebbe forza e appoggio popolare al Governo del Paese. Immaginate se vincesse il NO: gli stessi magistrati griderebbero alle dimissioni del Governo e alla corsa alle elezioni. Per questo motivo, il sostegno alla riforma della giustizia non è solo un’opzione politica, ma un dovere civico.
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Bisogna separare le carriere, reintrodurre la responsabilità e scardinare un meccanismo che permette a pochi di imporre la propria visione politica attraverso le sentenze. Votare “Sì” al cambiamento è l’unico modo per ripristinare uno Stato di diritto degno di questo nome.