Un palazzo ispirato ai grandi palazzi francesi del Seicento, costruito in ottantaquattro anni, completato in due secoli diversi. E al suo interno, nascosta come un segreto, una sala ovale di stucchi e specchi che ha ospitato un re, una regina e la firma del Patrimonio dell’Umanità.
Il palazzo che guarda il potere religioso negli occhi
In Corso Vittorio Emanuele, il grande viale barocco che attraversa Noto da est a ovest con quella geometria precisa e ambiziosa che è la firma della città ricostruita dopo il terremoto del 1693, due edifici si fronteggiano da quasi trecento anni senza che nessuno dei due abbia mai ceduto un millimetro di spazio simbolico all’altro. Da un lato la Cattedrale di San Nicolò, con la sua facciata barocca e la sua scalinata che domina la città dal punto più alto del corso. Dall’altro Palazzo Ducezio, la sede del municipio, con la sua facciata convessa e il suo portico a venti arcate che avanza verso il centro della strada come una dichiarazione.
Quella posizione non è casuale. Durante la ricostruzione di Noto, i progettisti della nuova città scelsero deliberatamente di mettere la sede del potere politico esattamente di fronte alla sede del potere religioso. Un dialogo in pietra calcarea che dura da secoli, in cui nessuno dei due interlocutori ha perso la voce. È una delle scelte urbanistiche più eloquenti del barocco siciliano, e si capisce meglio di notte, quando le luci artificiali illuminano entrambe le facciate di quel giallo oro caldo che la pietra iblea sa diventare e che trasforma il Corso in qualcosa che somiglia a un sogno.
Ducezio: il condottiero siculo che fondò la città
Prima di raccontare il palazzo bisogna raccontare il nome, perché Ducezio non è un nome qualsiasi e la scelta di intitolargli il municipio di Noto non fu un gesto decorativo ma una dichiarazione di identità.
Ducezio era un condottiero siculo del V secolo avanti Cristo, nato intorno al 488 a.C. nell’area che oggi è Noto. Era il capo delle popolazioni Sicule, quella gente autoctona dell’isola che i Greci e poi i Romani avevano progressivamente emarginato e assorbito. Nella metà del V secolo avanti Cristo, Ducezio tentò l’impresa più ambiziosa della sua vita: riunire le tribù sicule disperse, costruire una lega politica e militare capace di resistere alla pressione delle colonie greche, e fondare una città nuova che fosse il centro di questa rinascita nazionale. La chiamò Kale Akte, sulla costa settentrionale, e poco prima di morire fondò anche Neai o Nea, che la tradizione storica identifica come l’antenata dell’odierna Noto. Combatté contro Siracusa, fu esiliato a Corinto, tornò in Sicilia, costruì e sognò. Morì nel 440 avanti Cristo senza aver completato il suo progetto, ma con il nome inciso nella storia come uno dei pochi indigeni siciliani che provarono a fare dell’isola qualcosa di loro.
Chiamare Ducezio il palazzo del municipio, quello che rappresenta la città davanti ai cittadini e ai visitatori, fu un gesto politico e culturale preciso: ricordare che Noto aveva radici precedenti ai Greci, ai Romani, agli Arabi, ai Normanni, a tutti quanti. Che c’era già qualcuno, prima di tutti loro, che aveva scelto questo posto e lo aveva chiamato casa.
Vincenzo Sinatra e il modello francese: 1746
I lavori di costruzione di Palazzo Ducezio iniziarono nel 1746 su progetto dell’architetto Vincenzo Sinatra, uno dei grandi protagonisti del barocco netino, lo stesso che progettò anche Palazzo Di Lorenzo Castelluccio in via Cavour. Il modello dichiarato erano alcuni palazzi francesi del XVII secolo, portati a conoscenza del committente, il barone Giacomo Nicolaci, dai suoi viaggi e dalle sue frequentazioni con l’aristocrazia europea. Che un barone siciliano del Settecento guardasse alla Francia come modello di eleganza e raffinatezza non era una scelta insolita: la corte di Versailles era il punto di riferimento dell’intera aristocrazia europea, e i palazzi francesi con i loro portici, le loro proporzioni classiche, i loro rapporti tra pieni e vuoti erano il paradigma di quello che un edificio di rappresentanza doveva essere.
Sinatra prese quel modello e lo tradusse nel linguaggio del barocco ibleo, con quella intelligenza creativa che caratterizza i migliori architetti: non copiare, ma interpretare. Il risultato è un edificio che è riconoscibilmente siciliano nel materiale, nella luce che raccoglie, nel modo in cui dialoga con la piazza, ma che porta dentro di sé una lezione di ordine e di misura che viene da nord delle Alpi.

La facciata convessa: il movimento che sorprende
La prima cosa che colpisce di Palazzo Ducezio, guardandolo da Corso Vittorio Emanuele, è la facciata. Non è diritta. È convessa, leggermente incurvata verso l’esterno, come se l’edificio stesse avanzando verso chi lo guarda, come se stesse facendo un passo fuori dalla piazza. È un dettaglio architettonico di grande sofisticazione, uno di quelli che si notano prima ancora di capire perché si notano.
Il piano inferiore è animato da venti arcate a tutto sesto sorrette da colonne con capitelli ionici che cingono l’edificio su tre lati, formando un loggiato aperto verso la strada. Quello spazio intermedio tra l’interno e l’esterno, quella zona di passaggio coperta e ariosa che è una delle invenzioni più felici dell’architettura mediterranea, dà al palazzo una qualità di accoglienza che gli edifici di potere raramente hanno. Non un muro che chiude, ma un portico che invita.
Il piano superiore, quello originario completato nel 1830, è scandito da tredici finestroni rettangolari con timpani alternati triangolari e curvi, separati da lesene. Una balconata continua in pietra scolpita corre lungo tutta la facciata, raccordando le finestre in una composizione unitaria. Le strutture concavo-convesse del prospetto contribuiscono a creare quell’effetto di movimento scenografico tipico del linguaggio tardo-barocco che si fonde alla linearità geometrica del neoclassico, creando quella sintesi ibrida che è una delle caratteristiche più affascinanti dell’architettura netina del Settecento.
Ottantaquattro anni per il primo piano, poi altri cento per il secondo
La storia costruttiva di Palazzo Ducezio è quella di un edificio che impiegò due secoli a diventare quello che si vede oggi, e che in questo ritmo lentissimo porta i segni di ogni epoca che lo attraversò.
I lavori iniziarono nel 1746 e il primo piano fu completato solo nel 1830: ottantaquattro anni di cantiere, con tutti i cambiamenti di committenti, di risorse, di gusti architettonici che questo comporta. Non è insolito nella storia dell’architettura siciliana del Settecento, dove i cantieri religiosi e civili si trascinavano per generazioni, ma è abbastanza per capire che questo palazzo non nacque da un unico progetto compiuto bensì da una serie di decisioni accumulate nel tempo.
Poi, tra il 1949 e il 1951, quasi un secolo dopo il completamento del primo piano, l’architetto Francesco La Grassa aggiunse il secondo piano. Fu un intervento che i cultori d’arte dell’epoca accolsero con unanime riprovazione, ritenendo che alterasse le equilibrate proporzioni neoclassiche dell’edificio originario. La critica era fondata: le proporzioni di Sinatra erano pensate per un edificio a un solo piano, con quel rapporto tra il loggiato inferiore e il coronamento superiore che era il cuore della composizione. Il secondo piano intervenne su quell’equilibrio e lo modificò. Ma il palazzo è quello che è, e anche nella sua forma attuale conserva tutta la qualità del progetto originario.

La Sala degli Specchi: il segreto dell’ovale
Se la facciata è il volto pubblico di Palazzo Ducezio, la Sala degli Specchi è l’anima privata, il luogo in cui l’edificio mostra quello che è capace di essere quando si tratta di stupire. E stupisce davvero, con quella qualità specifica dei luoghi che ti aspettano pazienti fino a quando ci entri, e allora ti danno tutto insieme.
La Sala degli Specchi ha pianta ovoidale, una delle forme più difficili da gestire nell’architettura di interni perché non ha angoli e non ha assi privilegiati, e obbliga il progettista a pensare in modo circolare, a costruire uno spazio che funzioni da qualsiasi punto lo si guardi. In questo caso funziona perfettamente. Le pareti sono rivestite di stucchi e ori in stile Luigi XV, con quella qualità decorativa dell’Ancien Régime francese che il barocco siciliano aveva assorbito e rielaborato in forme proprie. Le specchiere scolpite, opera dello scultore avolese Sebastiano Dugo, sono grandi, dorate nei bordi, lavorate con una precisione artigianale che fa sembrare il legno e il gesso qualcosa di prezioso quanto il metallo.
Nella volta, un affresco neoclassico del pittore Antonio Mazza datato 1826 raffigura La Fondazione di Neas: Ducezio, il condottiero siculo che dà il nome al palazzo, osserva dall’alto il sito dove verrà costruita la città. È un’immagine che chiude il cerchio del significato dell’intero edificio: il re antico che guarda la città futura, il simbolo del passato preellenico che presiede la sala dove si decide il presente. Tutto torna, tutto ha senso.
In origine la sala era usata come piccolo teatro privato. Poi divenne sala consiliare. In epoca fascista fu trasformata in salone di rappresentanza, e fu in questa veste che negli anni Trenta accolse la visita ufficiale del Re Umberto II e della Regina Maria Josè del Belgio, nel giugno del 1933. Quell’occasione richiese un restauro del salone, eseguito dal pittore Salvatore Gregorietti. Le fotografie di quell’evento, conservate nell’Archivio storico del LUCE, mostrano la sala illuminata a giorno, con la famiglia reale in abiti di gala che si specchia nelle specchiere di Sebastiano Dugo. Un’immagine di un’Italia che di lì a poco sarebbe diventata qualcos’altro.
Il protocollo UNESCO: Noto, Ducezio e il Val di Noto
C’è un momento nella storia recente di Palazzo Ducezio che merita di essere raccontato con la precisione che merita, perché quel momento ha avuto conseguenze su tutta la Sicilia orientale. Nella Sala degli Specchi, in una data che le fonti non precisano ma che si colloca negli anni immediatamente precedenti al 2002, fu firmato il protocollo d’intesa tra gli otto Comuni del Val di Noto per la creazione del distretto culturale da iscrivere nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, che prese il nome de Le Città tardo barocche del Val di Noto.
Quell’accordo, firmato nella sala ovale con le specchiere di Dugo e l’affresco di Mazza sulla volta, portò nel 2002 al riconoscimento UNESCO che trasformò Noto, Modica, Ragusa, Scicli, Caltagirone, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania e Catania in patrimonio condiviso dell’umanità. Fu uno dei momenti più importanti della storia culturale della Sicilia degli ultimi cinquant’anni, e avvenne in quella sala. Gli specchi di Sebastiano Dugo videro anche quello.
Una visita da non rimandare
Palazzo Ducezio si visita tutti i giorni, con biglietti d’ingresso che permettono l’accesso alla Sala degli Specchi e al balcone panoramico, da cui si gode di una vista privilegiata sul Corso e sulla Cattedrale. Il biglietto cumulativo con il Teatro Comunale Tina di Lorenzo e Palazzo Nicolaci di Villadorata permette di costruire un percorso netino di grande qualità.
Il momento migliore per vedere la facciata è quello che la copertina di questo articolo mostra: la sera, quando le luci illuminano la pietra calcarea e il palazzo si trasforma in qualcosa che sembra uscire da un’altra epoca. Quella luce dorata non è un effetto speciale: è la pietra di Noto che restituisce il sole che ha assorbito durante il giorno, quella stessa pietra color miele che al tramonto diventa oro e di notte diventa qualcosa di ancora più difficile da descrivere e ancora più facile da innamorarsi.
| ✦ COME ARRIVARE E COSA SAPERE 📍 Dove si trova Corso Vittorio Emanuele, 96017 Noto (SR). Di fronte alla Cattedrale di San Nicolò, nel cuore del centro storico barocco. 🕘 Orari di visita Tutti i giorni 9:30-13:45 e 15:00-19:15. Visita serale 21:15-23:30 (maggio-settembre e festività principali). Verificare gli orari aggiornati, possono variare per eventi istituzionali. 🎟️ Biglietti Visita Terrazza Panoramica: €2. Visita Sala degli Specchi: €2. Terrazza + Sala: €3. Terrazza + Sala + Teatro Comunale: €5. Terrazza + Sala + Teatro + Palazzo Nicolaci: €7. 🏛️ Cosa vedere Facciata convessa con il loggiato a venti arcate ioniche. Sala degli Specchi a pianta ovale con le specchiere di Sebastiano Dugo e l’affresco La Fondazione di Neas di Antonio Mazza (1826). Balcone panoramico con vista sul Corso e sulla Cattedrale. Arredi in stile Luigi XV dell’aristocrazia netina settecentesca. 🌿 Nei dintorni (a piedi) Cattedrale di San Nicolò (di fronte), Palazzo Nicolaci di Villadorata (5 min), Chiesa di San Francesco d’Assisi, Teatro Comunale Tina di Lorenzo, Porta Reale, Giardino Pubblico. L’intero Corso Vittorio Emanuele è un percorso barocco UNESCO. 📸 Il momento migliore La sera, quando le luci artificiali trasformano la pietra calcarea in oro. L’alba per il Corso deserto e la luce radente. Estate per le visite serali con il salone illuminato fino alle 23:30. |
Pubblicato da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano · Tour Leader · Fotografo di viaggi
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