Ottantasei mila ettari di boschi, pascoli d’alta quota, torrenti, laghi, aquile reali e maiali neri in semilibertà. Il parco naturale più grande della Sicilia è anche il meno conosciuto dai turisti e il più amato da chi ci entra una volta. Un territorio che gli Arabi chiamarono “un’isola nell’isola”, e non avevano torto.
Lasci la costa e cominci a salire. La Sicilia che conosci, quella assolata, piatta, profumata di zagara e di salsedine, comincia a cambiare nel giro di pochi chilometri. La macchia si infittisce, i colori si scuriscono, la temperatura scende. Compaiono i primi lecci, poi le querce da sughero, poi il cerro, poi il faggio. A mille metri sei in un altro mondo: boschi fitti, radure verdi, il rumore dei torrenti, qualcosa che assomiglia al Nord Europa e che non ti aspetti di trovare in Sicilia. Sei nei Nebrodi.
Il Parco Naturale Regionale dei Nebrodi è la più grande area protetta della Sicilia: circa ottantasei mila ettari che si sviluppano nella parte nord-orientale dell’isola, lungo una catena montuosa che corre parallela alla costa tirrenica per una settantina di chilometri. Fu istituito nel 1993, con il decreto 560, come risposta alla necessità di proteggere un patrimonio naturalistico che il secolo del dopoguerra stava erodendo, tra disboscamenti, caccia e abbandono delle tradizioni di cura del territorio. Trent’anni dopo, il parco è lì, vivo, con le sue contraddizioni e le sue bellezze intatte.
Il nome, la geologia, la forma del territorio
Nebrodi viene dal greco nebrós, che significa cerbiatto. Gli antichi Greci chiamavano questi monti la terra dei cerbiatti, e i cerbiatti c’erano davvero, insieme ai daini, agli orsi, ai caprioli. Poi arrivarono secoli di caccia, di disboscamento, di antropizzazione, e molte di quelle specie scomparvero. Gli ultimi lupi dei Nebrodi furono abbattuti alla fine degli anni Venti del Novecento. I grifoni, che volteggiavano sulle Rocche del Crasto, sparirono all’inizio degli anni Sessanta per i bocconi avvelenati che i cacciatori mettevano in giro per le volpi. Restano il gatto selvatico, la martora, l’istrice, il cinghiale, e soprattutto il maiale nero dei Nebrodi che grufola libero nei boschi.
I Nebrodi, insieme alle Madonie a ovest e ai Peloritani a est, formano quello che i geografi chiamano l’Appennino siculo: la spina dorsale montuosa della Sicilia settentrionale. Si affacciano sul Mar Tirreno a nord, mentre il confine meridionale è segnato dall’Etna, dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto. La cima più alta è il Monte Soro, a 1847 metri, nell’area di Cesarò. Non è una quota alpina, ma basta per determinare un clima completamente diverso da quello costiero: inverni lunghi e a volte rigidi, con temperature che scendono sotto zero e nevicate abbondanti, estati fresche e mai afose, il tipo di clima che in Sicilia si fatica a immaginare.
La geologia è la chiave per capire il paesaggio. La maggior parte del territorio è formata da rocce argillose e arenarie che danno ai rilievi quella dolcezza arrotondata, quei fianchi morbidi che si aprono in ampie vallate percorse dai torrenti. Ma dove predominano i calcari il paesaggio cambia completamente, diventa aspro, quasi dolomitico: profili irregolari, pareti a strapiombo, forme fessurate e tormentate. Il caso più spettacolare sono le Rocche del Crasto, a 1315 metri, dove l’aquila reale ha il suo nido e il paesaggio ricorda certi angoli delle Alpi meridionali.
La vegetazione: tre piani, tre mondi
Una delle caratteristiche più affascinanti dei Nebrodi è la stratificazione verticale della vegetazione: salendo di quota, si attraversano tre ambienti completamente diversi, ognuno con le sue specie, i suoi colori, le sue stagioni.
Il piano mediterraneo, dal livello del mare fino agli ottocentometri, è quello della macchia tipica: euforbia, mirto, lentisco, ginestre, carrubo, olivo selvatico. È la Sicilia che ci aspettiamo, quella profumata e secca, quella che brucia d’estate. Ma già qui ci sono le prime querce, i primi lecci, i primi segni di quello che verrà.
Il piano supra-mediterraneo, tra gli ottocento e i millequattrocento metri, è il cuore del parco. Le querce dominano: il cerro con la sua corteccia scura e profonda, la rovere, il leccio sempreverde, e soprattutto la quercia da sughero, il cui taglio della scorza è uno dei riti del territorio, un lavoro lento e preciso che si fa ogni dieci anni. Qui crescono i castagni, i frassini, i pini, il tasso con le sue bacche rosse. È il piano più ricco, quello dove la biodiversità è massima.
Il piano montano-mediterraneo, dai millequattrocento metri in su, è il regno del faggio. Boschi puri di faggio, con quella luce filtrata tra le foglie che in autunno diventa oro e rame, con il sottobosco di agrifoglio e tasso. In questo piano vegetano orchidee endemiche e rarissime, tra cui la Petagnea gussonei, una piccola ombrellifera dall’odore intenso di sedano, relitta di un’era geologica precedente, che sopravvive in pochi siti umidi e ombrosi del parco ed è considerata una delle piante più minacciate d’Italia.
La fauna: l’aquila, il maiale nero, il cavallo sanfratellano
Il parco ospita una fauna ricca e complessa, frutto di quella varietà ambientale che nessun’altra area della Sicilia può offrire. Tra i mammiferi, il più iconico è senza dubbio il maiale nero dei Nebrodi: una razza autoctona di suino che vive in semilibertà nei boschi, si nutre di ghiande, radici e frutti del sottobosco, e produce una carne dal sapore intenso e inconfondibile che è diventata il simbolo gastronomico del territorio. Vederli grufolire liberi tra le querce di Caronia o di Longi è una delle esperienze più particolari che il parco offre.
Tra i predatori, il gatto selvatico, schivo e rarissimo, è uno dei simboli della fauna europea in pericolo. La martora si muove tra i rami con quella grazia veloce che quasi non lascia traccia. L’istrice, con i suoi aculei bianchi e neri, è più comune di quanto si pensi, ma si vede raramente perché notturno. Il cinghiale è invece abbondante, a volte troppo, e la sua gestione è uno dei temi più delicati della politica del parco.
L’avifauna è ricchissima: oltre centocinquanta specie censite. L’aquila reale nidifica sulle Rocche del Crasto, ed è uno degli avvistamenti più emozionanti che il parco possa regalare. Il lanario, il falco pellegrino, il nibbio reale, il gheppio, la poiana: i rapaci dei Nebrodi sono una comunità straordinariamente ricca per un’area di queste dimensioni. E poi l’upupa con il suo ciuffo arancio, il corvo imperiale, la coturnice siciliana, che è una sottospecie endemica dell’isola.
C’è poi il cavallo sanfratellano, originario di queste montagne, una razza equina che si è formata nei secoli dall’incrocio tra cavalli autoctoni siciliani e stalloni normanni portati dai conquistatori nel Medioevo. Ha il carattere docile e rustico di chi è cresciuto in montagna, resiste al freddo e alla fatica, e oggi è protagonista di escursioni di equiturismo che percorrono la dorsale del parco. I pony-trekking sui Nebrodi con il sanfratellano sono uno dei modi più belli per vedere questo territorio.
I luoghi da non perdere
Le Rocche del Crasto sono il luogo più spettacolare del parco: un massiccio calcareo che si erge sopra il paese di Alcara Li Fusi con pareti verticali e forme aspre che sembrano uscite da un paesaggio nordico. È qui che nidifica l’aquila reale, è qui che i grifoni volteggiavano prima di sparire. Oggi il Parco sta cercando di reintrodurre il grifone, e i risultati sono incoraggianti. Il sentiero che porta alla base delle Rocche è uno dei più panoramici dell’intera Sicilia.
Il Lago Biviere di Cesarò è il lago naturale d’alta quota più grande della Sicilia, a 1278 metri di altitudine, uno specchio d’acqua circondato da faggete e pascoli che in inverno si ghiaccia e in estate diventa punto di sosta per migliaia di uccelli migratori. L’airone cenerino e il cavaliere d’Italia si fermano qui. Il paesaggio intorno al lago ha quella quiete assoluta dei luoghi dove la natura si è presa il tempo che voleva.
Il Bosco di Mangalaviti, nel comune di Longi, è forse il punto dove meglio si capisce cos’è il cuore verde dei Nebrodi: faggi enormi, cerri parzialmente colpiti dal fulmine ma ancora vivi, prati di felci e asfodeli, zone umide dove in primavera fioriscono le orchidee. È il luogo che i naturalisti citano di più quando parlano del parco, quello che dà la misura di quanto questo territorio sia ancora, nonostante tutto, integro.
Il Bosco della Tassita, nel comune di Caronia, è invece il posto dove sopravvivono gli esemplari più vetusti di tasso, il Taxus baccata, uno degli alberi più longevi d’Europa: alcuni di questi individui hanno probabilmente secoli. Il tasso è una pianta che sfida il tempo con quella sua lentezza tranquilla, e trovarsi davanti a un esemplare che ha visto passare generazioni di uomini è uno di quei momenti che ridimensionano le proporzioni.
I 24 comuni del parco
Il Parco dei Nebrodi abbraccia ventiquattro comuni distribuiti su tre province: diciannove in provincia di Messina, tre in provincia di Catania, due in provincia di Enna.
I 24 COMUNI DEL PARCO DEI NEBRODI
Provincia di Messina (19 comuni):
Acquedolci, Alcara Li Fusi, Capizzi, Caronia, Cesarò, Floresta, Galati Mamertino,
Longi, Militello Rosmarino, Mistretta, Raccuja, Sant’Agata di Militello,
Santa Domenica Vittoria, San Fratello, San Marco d’Alunzio,
Santo Stefano di Camastra, San Teodoro, Tortorici, Ucria.
Provincia di Catania (3 comuni):
Bronte, Maniace, Randazzo.
Provincia di Enna (2 comuni):
Cerami, Troina.
Ognuno di questi comuni porta con sé una storia, un’identità, un prodotto tipico. San Marco d’Alunzio, il borgo normanno dai palazzi di porfido rosso. San Fratello, dove si parla il galloitalico e allevano il cavallo sanfratellano. Alcara Li Fusi, con le Rocche del Crasto alle spalle. Mistretta, con la sua tradizione di artigianato del rame. Cesarò, porta d’accesso al Monte Soro e al Lago Biviere. Bronte, sulla sponda etnea del parco, con i suoi pistacchi che sono tra i più buoni del mondo. Ogni paese è un punto di ingresso diverso nello stesso territorio.
A tavola: i sapori del parco
La gastronomia dei Nebrodi è quella di un territorio di montagna che ha dovuto arrangiarsi con quello che la natura offriva, e nel farlo ha creato una cucina straordinaria per profondità e autenticità. Il maiale nero è il re della tavola: la salsiccia stagionata, la coppa, il capocollo, il lardo, la ‘nduja in alcune varianti locali. Il castrato alla brace è il piatto delle feste, quello che si mangia fuori, all’aria aperta, nelle sagre di paese. Il capretto al forno con le patate è il piatto della domenica.
I formaggi sono un capitolo a parte: la provola dei Nebrodi, fresca o stagionata, con quella struttura filante e il sapore di latte di montagna. Il pecorino stagionato, duro e intenso. La ricotta di pecora calda, da consumare entro poche ore dalla produzione. Questi formaggi si trovano nelle baracche, i caratteristici locali di ristoro sparsi nel territorio del parco, spesso gestiti dagli stessi allevatori: posti senza insegna, a volte senza menu, dove si mangia quello che c’è e quello che c’è è sempre buono.
I funghi porcini dei Nebrodi, in autunno, sono un prodotto che richiama raccoglitori da tutta la Sicilia. Il miele di sulla e di castagno, prodotto dalle api che pascolano sui prati del parco. Le nocciole di Raccuja e di Ucria. I pistacchi di Bronte, Presidio Slow Food, quelli verdi e oleosi che non hanno concorrenti al mondo. Ogni angolo di questo territorio ha il suo prodotto, la sua specialità, la sua stagione.
Quando andarci e come muoversi
La primavera è la stagione d’oro dei Nebrodi: i pascoli sono verdi, le orchidee fioriscono, i torrenti sono pieni, la luce è quella che trasforma ogni panorama. La temperatura è fresca ma non fredda, ideale per camminare. L’estate è la stagione del refrigerio, del riposo dal caldo della costa: i Nebrodi sono il posto dove i siciliani della pianura vengono a respirare nei mesi di luglio e agosto. L’autunno è la stagione dei funghi, dei colori, di quel rosso e oro delle faggete che in Sicilia non ti aspetti. L’inverno è quello dei boschi silenziosi, della neve, di certi paesaggi quasi nordici che hanno il loro fascino per chi li sa cercare.
Il parco si raggiunge principalmente dalla costa tirrenica, percorrendo l’autostrada A20 Messina-Palermo e risalendo verso l’interno dalla SS 116 che va da Capo d’Orlando a Randazzo, dalla SS 289 da Sant’Agata di Militello a Cesarò, o dalla SS 117 da Santo Stefano di Camastra verso Nicosia. La Dorsale dei Nebrodi è il percorso escursionistico più ambizioso: circa settanta chilometri da Mistretta a Floresta, che attraversano tutti i paesaggi principali del parco e richiedono almeno quattro giorni di cammino con buona preparazione fisica.
Ma non bisogna fare la Dorsale per godersi i Nebrodi. Basta scegliere un comune, arrivare, fermarsi qualche giorno, mangiare in una barracca, comprare un pezzo di provola da un allevatore, camminare tra i faggi. I Nebrodi si capiscono così, lentamente, come si capiscono tutte le cose che hanno valore.
✦ COME ARRIVARE E QUANDO ANDARCI
Accesso nord: Autostrada A20 Messina-Palermo, uscite Brolo-Capo d’Orlando o Sant’Agata di Militello, poi SS 116, SS 289, SS 117 verso l’interno.
Accesso sud: da Catania, SS 120 verso Bronte e Randazzo per l’accesso dal versante etneo.
Sede del Parco: Palazzo Manganelli, Corso Umberto 2, Caronia (ME). Tel. 0921 333 111.
Mappa e sentieri: disponibili sul sito ufficiale parcodeinebrodi.it.
Stagione consigliata: primavera (maggio-giugno) per flora e fauna; autunno (ottobre) per funghi e colori.
Per dormire: agriturismi e baracche nei comuni del parco. Prenotare sempre in anticipo.
Pubblicato da Giuseppe Cianci · Blogger siciliano · Tour Leader · Fotografo di viaggi
