Perché al referendum sulla giustizia l'Italia rischia di non cambiare nullaPerché al referendum sulla giustizia l'Italia rischia di non cambiare nulla

Esiste uno sport nazionale in Italia che supera per numero di praticanti persino il calcio: la lamentela da bar. Se c’è un argomento su cui siamo tutti d’accordo, da Bolzano a Lampedusa, è che il sistema giudiziario abbia bisogno di una scossa. Tra processi che durano decenni, burocrazia infinita e la sensazione perenne che la giustizia sia un concetto astratto, il coro è unanime: “Bisogna cambiare tutto!”.

Eppure, quando il cambiamento bussa finalmente alla porta, la nostra reazione assomiglia molto a quando lo smartphone ci chiede di fare un aggiornamento di sistema. Clicchiamo compulsivamente su “Ricordamelo domani”, sperando che il problema si risolva da solo.

L’occasione del 22 e 23 marzo 2026

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati alle urne per un referendum costituzionale confermativo sulla giustizia. Sul piatto ci sono riforme storiche volute dal governo, come la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare. È un’occasione d’oro per prendere in mano la situazione, esprimere un parere e dare una direzione al Paese.

Inoltre, trattandosi di un referendum costituzionale, non c’è nemmeno l’alibi del quorum. Non serve che vada a votare la metà più uno degli aventi diritto: chi si presenta al seggio, decide. Semplice, diretto, democratico.

La separazione delle carriere: ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Per capire l’assurdità del nostro immobilismo, facciamo un po’ di chiarezza sul cuore della riforma. Oggi, in Italia, chi indaga e accusa (il pubblico ministero) e chi giudica (il giudice) appartengono allo stesso ordine. Condividono lo stesso concorso, frequentano le stesse aule e, nel corso della loro vita professionale, possono persino scambiarsi di ruolo.

Immagina una partita di calcio in cui l’arbitro e l’allenatore della squadra avversaria hanno fatto il corso insieme, pranzano allo stesso tavolo e ogni tanto si scambiano la divisa. Un po’ strano, no? La riforma propone esattamente di mettere fine a questo equivoco istituendo:

  • Due concorsi diversi.
  • Due carriere distinte fin dall’inizio.
  • Due Consigli superiori della magistratura (Csm) separati.

Chi sceglie di fare l’accusa fa l’accusa, chi sceglie di giudicare fa il giudice. L’obiettivo è garantire un arbitro davvero terzo e imparziale. Sembra una questione di pura logica, eppure in Italia la logica deve sempre scontrarsi con la nostra amata e rassicurante burocrazia emotiva.

Il paradosso del divano scomodo ma familiare

Qui entra in gioco la nostra affascinante, seppur tragicomica, psicologia collettiva. Di fronte alla concreta possibilità di smantellare lo status quo, scatta il panico. Iniziano i distinguo, i bizantinismi, i “forse era meglio prima”. È la classica sindrome del divano sfondato: sappiamo che ci fa venire mal di schiena, ci lamentiamo ogni volta che ci sediamo, ma quando ci propongono di comprarne uno nuovo, troviamo mille scuse per tenerci quello vecchio perché, in fondo, ha già preso la forma del nostro corpo.

Il rischio reale di questo referendum non è tanto la vittoria del sì o del no sul singolo quesito, quanto la vittoria della rassegnazione conservatrice. Si finisce per votare no (o per non votare affatto, lasciando decidere gli altri) non per una reale convinzione sul merito della riforma, ma per una sorta di attaccamento nostalgico a un passato disfunzionale che almeno conosciamo bene.

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Cambiare o smettere di lamentarsi: a noi la scelta

La vera sfida di marzo 2026 non è solo capire i tecnicismi giuridici, ma superare la nostra proverbiale inerzia. Riformare un sistema complesso come quello giudiziario spaventa, perché l’ignoto genera sempre più ansia di un problema noto a cui ci siamo rassegnati.

Tuttavia, dovremmo fare un patto di coerenza con noi stessi. Se decidiamo di blindare il sistema attuale e respingere il cambiamento, va benissimo: è l’essenza della democrazia. Ma dal 24 marzo in poi, dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconsegnare la tessera del club dei lamentatori cronici. Perché non si può piangere per il mal di schiena se ci si rifiuta ostinatamente di cambiare il divano.