Negli ultimi giorni il clima attorno al prossimo referendum sulla giustizia si è fatto incandescente. Chi segue con attenzione il dibattito pubblico non può non aver notato una mutazione genetica nella narrazione: dai primi segnali di un recupero del fronte del “Sì”, siamo passati a una pioggia di sondaggi che sembrano costruiti a tavolino per scoraggiare l’elettore.
Vedere il “No” improvvisamente al 51% o al 53%, spesso con clausole di partecipazione talmente specifiche da sembrare “sartoriali”, solleva un dubbio legittimo. Si tratta di fotografia della realtà o di un tentativo di influenzare chi non ha ancora maturato un’idea propria?
La strategia del nervosismo
Il nervosismo che traspare dai salotti mediatici e dagli attacchi diretti è il miglior indicatore del fatto che il fronte del cambiamento sta toccando nervi scoperti. Quando ogni voce favorevole alla riforma viene marcata a uomo da quattro “giannizzeri” pronti all’insulto o alla delegittimazione, significa che la proposta di riforma fa paura a chi vuole mantenere lo status quo.
Votare Sì non è un atto contro la magistratura, ma un atto a favore di ogni cittadino italiano che varchi la soglia di un tribunale. La separazione delle carriere è il pilastro per attuare davvero l’articolo 111 della Costituzione: il diritto a un giudice terzo, che non sia il collega di scrivania di chi ti accusa.
La “maggioranza silenziosa” dei magistrati per il Sì
Nonostante la narrazione dominante voglia una magistratura monolitica contro la riforma, la realtà è ben diversa. Esiste una schiera di giuristi e togati che, sfidando le logiche correntizie, ha dichiarato apertamente il proprio sostegno al Sì per modernizzare il sistema e recuperare credibilità agli occhi dei cittadini.
Ecco alcuni dei nomi della magistratura e del mondo giuridico che si sono esposti a favore della riforma e della separazione delle carriere:
- Alfonso D’Avino: procuratore di Parma.
- Antonio Gustapane: procuratore di Varese.
- Andrea Mirenda: consigliere del Csm, noto per le sue posizioni critiche verso lo strapotere delle correnti.
- Catello Maresca: magistrato ed ex pm anticamorra.
- Giacomo Capoccia: procuratore di Lecce.
- Giacomo Rocchi: consigliere di Cassazione.
- Giuliano Castiglia: ex Gip a Palermo.
- Tito Preioni: giudice e tra i promotori del comitato dei magistrati per il sì.
Questi professionisti rappresentano quella “maggioranza silenziosa” che vede nella riforma Nordio — dal sorteggio per il Csm all’istituzione dell’Alta Corte — l’unica medicina contro la piaga del correntismo che ha ferito l’autonomia della magistratura negli ultimi anni.
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Perché non farsi condizionare dai sondaggi
I sondaggi, specialmente quelli prodotti in ambienti vicini alle posizioni più conservatrici dell’Associazione Nazionale Magistrati, servono a creare un senso di inevitabilità. Ma la democrazia si esercita nell’urna, non nei sottoscala mediatici.
La riforma punta a tre pilastri fondamentali:
- Separazione delle carriere: per garantire che chi giudica sia equidistante tra accusa e difesa.
- Sdoppiamento del Csm: per gestire separatamente giudici e pm.
- Sorteggio dei componenti: per spezzare il legame tossico tra magistrati e correnti politiche interne.
Votare Sì significa scegliere una giustizia in cui il cittadino non sia un ospite inatteso in una partita tra “colleghi”, ma il centro di un sistema che garantisce imparzialità e rigore.
